Meningite, quelli che si ammalano nonostante il vaccino. L'Iss: "Casi isolati, ma quella è l'unica protezione"

Aumentano i casi rispetto al 2015, ma dall’Istituto di sanità frenano: «Solo episodi isolati». Il direttore delle malattie infettive dell'Iss, Giovanni Rezza: "Immunizzare è la forma migliore di protezione che conosciamo":

«Il contagio di Prato è un piccolo campanello di allarme». Sempre che resti «un caso sporadico» e non segni l’inizio di una nuova stagione di emergenza. Non vuole (e non deve) suscitare allarme, il professor Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità. Tuttavia, non vuole neppure sottovalutare quello che accade in Toscana. Non quando si parla di meningite.

I numeri, in assoluto, non sono da allarme rosso, ma anche nel 2016 si rivelano importanti. Soprattutto per un fattore: raddoppiano i casi di contagio nei pazienti vaccinati. Nel 2015, quando ancora la campagna straordinaria di vaccinazione non era partita (è scattata ad aprile di quell’anno) si sono verificati, 38 casi di meningite, quasi tutti di tipo C, per lo più del ceppo aggressivo St11: ma solo 3 pazienti erano già stati vaccinati. Nel 2016, su 32 casi accertati, i pazienti vaccinati e ricontagiati sono già 6, quasi il 19%, contro l’8% scarso dell’anno scorso. Un dato che deve fare riflettere. Soprattutto alla luce del fatto che i vaccinati in Toscana sono circa 700mila su 3,7 milioni di residenti.

Professor Rezza, come si spiega il contagio nei pazienti già vaccinati?

«Le ragioni sono almeno tre. La prima è che ci sono alcune persone che rispondono poco a determinati vaccini e non producono, quindi, sufficienti anti-corpi per specifiche patologie. Quindi non sono abbastanza protetti».

E le altre due ragioni per le quali la vaccinazione può non funzionare?

«Una riguarda la durata della protezione. Abbiamo realizzato che in alcuni soggetti, può durare anche solo alcuni mesi, un anno. Allo scadere di questo tempo, non è più efficace. Poi c’è un altro fattore. Un paziente si vaccina, ma la malattia è talmente veloce nel contagio che non dà tempo al paziente di sviluppare gli anti-corpi. O magari, gli anti-corpi si sviluppano durante la malattia e che si è già contratta e servono al paziente per reagire meglio ed evitare che la patologia si evolva nelle forme più violente. Queste solo le ipotesi più plausibili a giustificazione dei contagi nei pazienti già vaccinati».

Basta come giustificazione per chi sostiene che non vaccinarsi è meglio che vaccinarsi?

«Per nulla. La vaccinazione è la forma migliore di protezione che conosciamo. Oltretutto la vaccinazione contro il meningococco non dà particolari problemi. Perciò vaccinarsi è assolutamente consigliato».

In Toscana la vaccinazione viene promossa. La campagna straordinaria è stata prorogata fino al 31 marzo 2017. Eppure la malattia non sembra rallentare. Avete almeno capito da dove derivi il ceppo St11?

«No. È difficile definire da dove sia arrivato, come mai sia così aggressivo, perché si diffonda soprattutto in Toscana. Abbiamo capito, però, che per riuscire a salvare i pazienti è necessaria una diagnosi e quindi un intervento precoce. Quanto prima si interviene, tanto più alte sono le probabilità di salvezza del paziente. L’intervento precoce è la strategia migliore».

Ma a quali conclusioni hanno portato gli studi condotti finora sulla popolazione?

«Sono stati condotti studi sui portatori sani. Sono stati sottoposti a un tampone faringeo (della gola, ndr), su base volontaria, i pazienti che si sono presentati nei vari ambulatori per la vaccinazione contro la meningite».

E che cosa hanno rivelato questi studi?

«Hanno rivelato un livello abbastanza basso di portatori sani del ceppo C, particolarmente aggressivo, tipico della Toscana».

Vi ha sorpreso trovare una percentuale bassa di portatori sani di meningocco C, anche nella valle dell’Arno, fra Prato, Empoli, Firenze e Pistoia, la zona più colpita dal contagio?

«Abbiamo registrato i risultati. E abbiamo dedotto che probabilmente a far scendere la percentuale dei portatori sani possa aver contribuito il fatto che fra le persone sottoposte al test ci sono molti pazienti vaccinati. La vaccinazione può aver influito sui risultati».

Però, nella valle dell’Arno ci si continua ad ammalare. L’ultimo contagio è d un ragazzo di Prato, oltretutto vaccinato da un anno.

«È per questo che parlo di un piccolo campanello d’allarme. Dobbiamo verificare se si tratti di un caso isolato, come ci auguriamo, dopo un’estate relativamente tranquilla; oppure se si tratti dell’inizio di una nuova stagione di contagi, con l’arrivo del freddo».

Ma nel resto d’Italia la situazione com’è?

«Nel resto d’Italia non si registrano particolari novità».