Io, single, proverò ad avere un figlio e ve lo racconterò

Camilla Bernacchioni nella sua casa

Dal desiderio di avere un bambino alle lacrime quando le dissero che sarebbe stato impossibile: Camilla, 45 anni, apre un blog sul sito del Tirreno e parla della sua esperienza di procreazione assistita

Si chiama Camilla Bernacchioni, ha 45 anni ed è single. Tra qualche giorno volerà in Spagna dove, grazie alla procreazione medicalmente assistita e a una doppia donazione (ovulo e seme), si sottoporrà a un intervento di fecondazione assistita. Un viaggio che racconterà su un blog ospitato sul sito del Tirreno.

di ILENIA REALI

Camilla, quando ha sentito per la prima volta il desiderio di diventare mamma?

«Avevo 17 anni e quando pensavo al mio futuro non immaginavo l'abito bianco ma mi vedevo con un bambino in braccio. Qualcuno, quando ho raccontato di questa volontà così forte fin da giovanissima, mi ha chiesto perché, se lo volevo tanto, non mi sono decisa prima. E' vero, ma la vita non va sempre come si vorrebbe. Dovevo laurearmi, poi diventare giornalista. E alla fine avere una vita stabile con la persona giusta accanto. Ho cominciato a provare a fare un figlio, ma senza troppa convinzione, dopo i 30 anni. Tardi. E' passato un po' di tempo e non sono rimasta incinta. Poi ho avuto qualche problema personale e familiare e non ci ho più pensato. Mi dissi: “Vediamo. Quando deciderò di riprovarci farò delle verifiche”. Dai normali controlli ginecologici non c'era niente del resto che non andasse».

Poi cos' è accaduto.

«Avevo la sensazione di avere davanti tutto il tempo necessario. Dovevo capire cosa volessi realmente fare da grande, se avessi avuto un contratto oppure no. Il tempo passava ma non credevo che sarebbe stato un problema. E comunque non volevo pensarci, rimandavo. Poi quattro anni fa decisi che ci avrei provato con più determinazione. Nulla. Cominciai allora a capire che qualcosa non andava ma psicologicamente non lo accettavo. Nel frattempo ero rimasta single. Decisi che era arrivato il momento di vederci chiaro. Feci delle analisi, venne fuori che ero in premenopausa. Fu un colpo durissimo quando la ginecologa mi disse che per me fare un figlio sarebbe stato impossibile. “Perché proprio a me?”, continuavo a chiedermi»

Del resto la sensazione è che tutti, prima o poi, se lo desiderano fanno dei figli.

«Piansi tutte le lacrime che avevo. Ero consapevole che avevo aspettato troppo. Ma volevo trovare la persona giusta, realizzarmi nel lavoro. Continuavo a chiedermi perché dovessi essere punita così. Infondo come tante donne volevo sì un figlio ma con il contesto giusto. A 25-30 anni, quando sarei stata ancora in tempo, nessuno mi aveva detto di approfondire la mia situazione clinica. Nessun medico mi aveva messo in guardia. E pensare che ho preso la pillola anticoncezionale per anni»

Tante donne a questo punto decidono di affidarsi a specialisti. Altre, specialmente se single, rinunciano.

«Io non mi sono fermata. Ho cominciato a pensare che volevo ricominciare da me. Anche se ero sola. E mi sono detta che a un figlio non volevo rinunciarci. Ma come fare? Alcuni ginecologi erano stati chiari: “no, non si può". Ho quindi trovato un centro di procreazione medicalmente assistita e ho preso un appuntamento. Ho una foto stampata in testa delle persone in sala d’attesa. Tutti quegli sguardi, persi, un po' come il mio. E’ stato lì che mi hanno spiegato che tante donne stavano vivevano la mia situazione. In silenzio. E che non ero una rarità. Mi dissero anche che se lo avessi voluto sarei potuta diventare madre. Anche se in un modo un po’ speciale. Sì, lo so: i figli non sono un diritto. Ma ci sono tante gravidanze che arrivano senza amore, tanti bambini che non sono voluti. Ed io mentre aspettavo il treno per tornare a casa ero così felice di sapere che la vita mi dava un’altra possibilità. Camminavo a cinque metri da terra».

Tante persone però adesso si stanno chiedendo: è giusto fare un figlio senza che, per una precisa scelta, ci sia un padre?

«Ovviamente me lo sono domandato spesso. Non voglio promuovere un'idea di femminismo del tipo “fate figli senza padre perché tanto noi donne possiamo fare tutto da sole”. Credo però sia innaturale anche rinunciare a un desiderio così forte. Sono circondata da una grande famiglia, da tanti amici che a questo figlio potranno essere di supporto. Mi sono confrontata molto in questo ultimo anno con genitori separati, soli. A mio figlio dirò la verità: “il mio atto d'amore è stato un po' più meccanico del normale ma sei stato tanto desiderato”. Sarà uno dei primi bambini figli del futuro. Tra qualche anno ci saranno numerose famiglie allargate, matrimoni di persone dello stesso sesso e neonati nati nei modi più disparati. Saremo tutti un po' più diversi l'uno dall'altro. I bambini credo siano più semplici di quello che noi ci immaginiamo e se le cose gliele trasmetti capiscono benissimo di essere amati».

Altro tema. Questo figlio che porterà in grembo, geneticamente non sarà suo. Non le assomiglierà, ad esempio.

«E' la prima cosa che gli specialisti mi hanno fatto notare. Mi hanno raccontato una serie di esperienze, mi hanno presentato genitori come lo sarò io. Mi sento pronta. Del resto, da single, non avrei potuto adottare e sono certa che portandolo dentro di me per nove mesi si creerà un legame molto forte».

Non era più semplice il silenzio. Cos’è questa storia del blog?

«Ho sempre tenuto un diario. Poi, inutile girarci intorno, scrivere mi viene da dentro. Aggiungo che penso da sempre che se le cose si condividono diventano più facili. Infine vivo il mio essere giornalista anche con spirito di servizio. E per me, diciamocelo, la vera scelta coraggiosa non è stata decidere di raccontare questa esperienza ma rimettermi in gioco a 40 anni passati».

Un'ultima domanda. Sa che potrebbe andare male? La percentuale di fallimenti nelle procreazioni assistite è alta.

«Me lo sono ripetuta spesso. E quando ho spiegato al mio babbo che c’era anche questa possibilità, lui mi ha risposto: “amore, se va male si riproverà”».