Aferpi, Rossi a Rebrab: «Ora deve metterci i soldi»

Il presidente della Regione stringe i tempi sul polo industriale piombinese. Mercoledì a Roma l’incontro decisivo col nuovo proprietario

INVIATA A BRUXELLES. La parte più difficile sarà convincere la Commissione europea. Far capire che i 30 milioni dell’Europa destinati alla riconversione dell’acciaieria ex Lucchini di Piombino non sono aiuti di Stato. Un finanziamento a un privato, in violazione alle leggi sulla concorrenza. I funzionari della Regione in Belgio hanno avuto un incontro per ottenere questo risultato. Ma il cammino è ancora lungo. E non dipende solo da Bruxelles o da Firenze. Dipende molto anche da Algeri. Da monsieur Issad Rebrab, l’uomo del colosso Cevital che promette di salvare la produzione dell’acciaio in Toscana. Anche dagli assalti (silenti) della concorrenza bresciana che si è sempre messa di traverso al salvataggio della Lucchini. Con un’insolita alleanza tra Federacciai (Confindustria) e sindacati nazionali. Le promesse, però, non bastano più. Ora il magnate algerino deve andare oltre gli impegni. E i 60 milioni già investiti a Piombino. Il governatore della Toscana, Enrico Rossi, lo attende al varco. Mercoledì a Roma, all’incontro con il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi.

Presidente Rossi, non le sembra che stia andando a rilento il rilancio della ex Lucchini, proprio nel momento in cui a Bruxelles ci sarebbe bisogno di dimostrare l’impegno, anche finanziario, del privato nel progetto?

«Dubitare si può ed è giusto. Ma anche valutare quello che è stato fatto. Nel 2015, a Piombino l’acciaio era dato per morto. Con l’arrivo di Rebrab da luglio ci sono 1200 persone che lavorano con busta paga normale. È di venerdì scorso, poi, la notizia di un accordo sindacale per l’assorbimento di altre 203 persone in fabbrica. Certo ne restano fuori ancora 650, ma un po’ alla volta credo che verranno recuperate entro novembre. Inoltre, non credo che Rebrab abbia investito 60-70 milioni di tasca per non finire il progetto».

Che cosa la rende così ottimista, scusi? Il progetto prevede investimenti per centinaia di milioni, prima del completamento.

«Il fatto che esista una domanda di mercato per le rotaie, il filo e le barre, i prodotti che escono dalla ex Lucchini. A quanto mi risulta, attualmente lo stabilimento lavora in pareggio, ma completato il recupero, potrebbe dare utili in grado di ripagare l’investimento sia per il forno elettrico sia per il treno-rotaia già creato».

Se la riconversione si ripagherebbe con gli utili, perché il progetto non decolla?

«Lo chiederemo mercoledì a Roma, io e il ministro Guidi. Non direi che il progetto non decolla visto che oggi è in programma l’apertura delle buste con le offerte delle imprese interessate a realizzare il forno elettrico per la produzione dell’acciaio. Inoltre, Rebrab vanta una credibilità internazionale che nessuno ha messo in dubbio. E la nuova gestione voluta da Rebrab per l’azienda di Piombino ha impresso un cambiamento di passo che non può che essere considerato positivo. Tuttavia...».

Tuttavia?

«Tuttavia è il momento che Rebrab ci dica con chiarezza che in questo progetto metterà i propri finanziamenti. Su questo chiederemo impegni chiari a Roma».

Anche perché la Regione si è impegnata a stanziare 30 milioni di fondi comunitari nel rilancio della ex Lucchini.

«Almeno 30 milioni. Ma la cifra potrebbe essere pure superiore».

Sempre che l’Europa vi autorizzi a spenderli. Non c’è il rischio che vi ponga il veto come aiuti di Stato?

«Abbiamo già avuto un incontro con Antonio Tajani e con Martin Schulz, vicepresidente e presidente del Parlamento europeo e con altri. Il percorso ancora non è concluso».

Che cosa serve per garantire a Piombino questi fondi?

«L’ok della Commissione europea. La Regione sta predisponendo la richiesta di autorizzazione. La Commissione deve valutare il progetto e stabilire se il finanziamento non si configuri come un aiuto di Stato, come un contributo che viola le leggi sulla concorrenza. Il nostro staff a Bruxelles, che ha preparato il dossier, è molto preparato».

Non è semplice ottenere questa autorizzazione. Specie in faccende di acciaio.

«Non lo è. Ma noi stiamo percorrendo la strada del risanamento ambientale. Il progetto dimostra che i 30 milioni servono a realizzare un impianto non tanto a basso impatto ambientale perché riduce la produzione di anidride carbonica, e lo fa, ma perché è all’avanguardia per l’efficientamento energetico».

Ma anche la Regione deve investire risorse proprie a fianco di quelle comunitarie.

«Tutti i fondi comunitari che distribuiamo prevedono un co-finanziamento regionale. E comunque, su Piombino, il progetto di rilancio è più ampio. Va oltre il recupero della ex Lucchini».

Cosa prevede oltre alla ex Lucchini?

«L’accordo con General Eletric per la realizzazione di un polo di riferimento per le turbine del settore gas. E poi l’accordo con il colosso Saipem, la società che sta demolendo la Concordia, per la rottamazione delle navi. Saipem ha presentato domanda per insediarsi nel porto di Piombino. Noi, del resto, abbiamo ottenuto dal ministero della Difesa l’autorizzazione allo smantellamento di 40.000 tonnellate l’anno».

Ma ancora non è uscito un grammo di acciaio da Piombino. E il progetto prevede una produzione di un milione e centomila tonnellate l’anno con il forno elettrico.

«E infatti io dirò che tutto sarà andato bene a Piombino quando vedrò uscire di nuovo acciaio da un forno. Ma posso dire che se in questo momento c’è un imprenditore con il fiato sul collo quello è Rebrab. Magari ce l’avesse avuto il russo Mordashov che l’ha preceduto. Forse non saremmo arrivati dove siamo arrivati. E dove vorrebbe tornare chi auspica il fallimento del progetto».

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