Meningite in Toscana, il primario: "Ecco come funziona il vaccino"

Francesco Mazzotta, primario del dipartimento di Malattie infettive a Firenze, rilancia la campagna sulla vaccinazione: "È l’unica soluzione, poi valuteremo il caso per capire le cause del contagio"

FIRENZE. Non ci sono alternative. Per proteggersi dalla meningite c'è solo il vaccino. Anche se la malattia ha un tasso di mortalità che oscilla fra il 10 e il 20%. E se la copertura non è al 100%. Se ci sono soggetti, insomma, che al vaccino non rispondono. Francesco Mazzotta, primario del dipartimento di Malattie Infettive a Firenze, è un riferimento per la commissione vaccinazioni della Regione. E difende la prevenzione come strada principale per contrastare il diffondersi della meningite in Toscana.

Dottor Mazzotta, ora la meningite ha colpito anche un ragazzo di 22 anni che si era vaccinato nel 2008. Dobbiamo preoccuparci?

«Intanto consideriamo che la vaccinazione risale a otto anni fa. Come commissione vaccinazione abbiamo ipotizzato che, mediamente, dopo una decina di anni, il corpo possa smarrire la memoria degli anti-corpi prodotti. Siamo arrivati a formulare questa ipotesi dopo aver osservato (nei primi mesi del 2015) che si ammalavano molti giovani. Non a caso, la Regione ha voluto una campagna gratuita di vaccinazione per tutti gli adolescenti in Toscana, fra gli 11 e i 20 anni. Una campagna che prevede anche una seconda vaccinazione».

Ma c'è da preoccuparsi o no?

«Quando andiamo a vaccinare una platea di soggetti, non tutti rispondono allo stesso modo. Ci sono quelli che producono 100mila anticorpi, quelli che ne producono 10mila o anche solo mille. La maggior parte dei pazienti ne produce intorno a 50mila, ma alcune persone si livellano verso il basso e questi sono quelli che, probabilmente, con più facilità perdono la memoria della vaccinazione. Questo è l'elemento che interessa: se la risposta è bassa o alta».

C'è differenza, se la produzione di anti-corpi è più o meno alta?

«Certo. La protezione rispetto alla malattia è più o meno efficace. Tuttavia, quando ci si vaccina, il nostro sistema immunitario è comunque stimolato. Anche se l'organismo ha perso la “memoria” della difesa, quando incontra il germe per il quale è stato vaccinato, subito tende a rispondere, a riprodurre l'anti-corpo».

È quello che è accaduto anche nel caso del ragazzo già vaccinato?

«Dobbiamo valutarlo e lo potremo fare se, una volta superata la fase acuta della malattia, il paziente si farà esaminare da noi. Al momento possiamo solo avanzare ipotesi. E l'ipotesi è che se questo ragazzo, in qualche modo ha risposto, magari anche con una produzione bassa di anti-corpi, è perché il suo organismo ha mantenuto una memoria della vaccinazione. La malattia che ha contratto è una meningite a tutti gli effetti, ma magari grazie alla vecchia vaccinazione si sono evitate complicanze che al momento non si sono manifestate".

Lei insiste molto sul fatto che siamo ancora nel campo delle ipotesi.

«Fino a quando il paziente non sarà esaminato non è possibile andare oltre. Chi lo dice oggi che il ragazzo ha risposto grazie alla vaccinazione o che ha risposto poco? E, se invece, avesse risposto molto? Certo la situazione sarebbe stata molto più grave se il ragazzo fosse stato vaccinato nel 2015 e quest'anno si fosse ammalato».

La vaccinazione immunizza tutti dalla meningite?

«No. Ma protegge la stragrande maggioranza della popolazione. Il grado di efficacia dei vaccini dipende dalla tipologia e dalla patologia. E ovviamente dal paziente, dalle sue condizioni cliniche. Ad esempio nel caso della meningite malattie anche apparentemente lievi, come l'influenza, possono abbassare le difese e facilitare l'ingresso del batterio. Inoltre, in questa patologia, abbiamo osservato che i "no responder", le persone per le quali il vaccino non è efficace, oscillano fra il 3 e il 5% dei vaccinati».

Ma come si fa a vedere se il vaccino è stato efficace?

«Bisognerebbe effettuare controlli dopo la vaccinazione, ma in Toscana non si effettuano questi controlli sulla popolazione per la meningite. Certe verifiche sono previste per la vaccinazione per determinate patologie e su soggetti esposti a rischio: ad esempio, testiamo l'efficacia sui sanitari che vengono vaccinati per evitare il contagio da epatite B. Oppure sui dializzati: nel loro caso, controlliamo la risposta perché spesso l'efficacia è minima e potremmo essere costretti a erogare una doppia dose per proteggerli dall'epatite B».

Allora che cosa si può fare per difendersi dalla malattia?

«Gli operatori hanno il dovere di agire rapidamente: devono riconoscere subito la malattia; devono effettuare test veloci in modo che sia immediata la prevenzione e la profilassi sui soggetti che sono entrati in contatto con i malati».

E le persone come possono proteggersi?

«Non esistono grandi strategie. L'unica soluzione è la vaccinazione. E la rivaccinazione perché solo così ci si protegge anche quando scoppiano epidemie con grandi notevoli. La Toscana è un paese avanzato non accetta che si ammali un ragazzo vaccinato. Ma accade. E l’unica difesa è il vaccino».

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