Io, salvo sull'Everest, circondato da morti e feriti

Terremoto in Nepal. La drammatica testimonianza di un imprenditore livornese che si trovava in un villaggio a quattromila metri

LIVORNO. Enrico è circondato da morti e feriti, nel villaggio di Pheriche, a oltre quattromila metri, sull’Everest. Gli elicotteri vanno e vengono trasportando corpi maciullati, quando va bene. I morti sono almeno una ventina. I feriti non si contano. I palazzi di cemento rasi al suolo. Le macerie soffocano ogni spazio. La morte è nell’odore della polvere che riempie l’aria. Da due giorni la vita di Enrico Cambini ha cambiato colore. Non c’è più l’azzurro che solo il cielo d’alta quota sa regalare allo sguardo. Non c’è il verde della rada vegetazione né il rosso della terra nepalese.

Il mondo di questo imprenditore livornese di 50 anni è in bianco e nero. Un viaggio più che desiderato, una scalata, quella dell’Everest, preparata con sei mesi di allenamenti, le ferie organizzate per festeggiare i 50 anni. Non c’è più tempo per tutto questo. Perché quando la terra trema con la violenza che ha travolto il Nepal, con quasi tremila vittime, non ci sono più ricordi e neanche progetti. L’orologio si ferma, comanda la distruzione. Ma lui è vivo, sopravvissuto alla devastazione. «Sto bene». Due parole, arrivate a Livorno dalla cupola del mondo, che hanno la stessa intensità del terrore, ma anche del sollievo e dell’amore per la famiglia. «La scossa è stata così forte che sono caduto, non riuscivo a stare in piedi. Aveva una potenza travolgente. Ho avuto paura. Mi sono salvato perché l’alloggio dove mi trovo è in una casa di legno».

Poche frasi, pronunciate in quei limitati istanti in cui il suo telefono satellitare, l’unico filo che lo lega ai suoi cari in Italia, ha agganciato la linea. Una chiamata che ha raggiunto Livorno mezza giornata dopo la notizia del terremoto. Ore insopportabili per i suoi parenti, la moglie e il fratello in primis, divorati dall’ansia e frustrati dall’impotenza. «Sono stato fortunato. E ora aspetto di sapere cosa fare, la priorità sono i feriti. Tutto il resto passa in secondo piano», ha detto lo scalatore ai suoi.

Terremoto in Nepal, valanga si abbatte sul campo base sull'Everest

E pensare che quello in Nepal doveva essere il viaggio della vita. Cambini è un grandissimo appassionato di trekking e non è certo nuovo a esperienze del genere: è già stato sull’Himalaya, ma anche sugli Urali, sul Kilimangiaro e sul Monte McKinley in Alaska. Ma per chi ama le vette, l’Everest è il mito, il re dei sogni. E così è stato anche per lui.

L’imprenditore, che lavora nel gruppo Blumed, per cui si occupa della vendita di materiali medicali a cliniche e ospedali per la Toscana, è partito per il Nepal lo scorso 17 aprile. Prima di salire sul volo intercontinentale, ha inviato una mail a tutti i suoi amici più cari: «Ci siamo, sto per decollare, ci rivediamo a fine maggio». Un entusiamo palpabile, che trabocca dal sorriso di Enrico, nelle foto postate sul suo profilo facebook.

Un viaggio a tappe, quello diretto alla sommità dell’Everest, organizzato da una società americana, la International mountain guides. Sabato mattina, quando il terremoto ha aggredito il Nepal e il mondo, Enrico si trovava nel villaggio di Pheriche, un paese raggiungibile solo con l’aereo, che è la “fermata” precedente rispetto al campo base, dove il sisma ha seminato un numero maggiore di vittime e feriti. «È stata una fortuna che non so neanche descrivere: se Enrico si fosse trovato già al campo base, non so se sarebbe sopravvissuto: lì dalla montagna si è staccato un costone di 100 metri», dice Giorgio Cambini, il fratello maggiore. Una famiglia conosciuta, la loro, a Livorno, anche per la passione sportiva. «Quando ci ha telefonato, ci ha ridato la vita- prosegue il fratello - Tutti noi siamo stati malissimo perché eravamo in preda a mille domande: non ci rendevamo conto della situazione che si poteva essere creata intorno a lui». Ora il pensiero fisso di Enrico, che coincide con quello della sua famiglia, è il rientro in Italia, su cui però c’è ancora incertezza. «Ogni volta che può, ci chiama per aggiornarci - conclude Giorgio - ma è dura perché lì non c’è internet, e anche parlare col satellitare è un problema».

Al sollievo per la sorte del cinquantenne di Livorno si aggiunge quello per i tre toscani scampati al pericolo (Paolo Nicolai, volontario massese, e i due fratelli di Firenze, Daniel ed Elia Lituani) e per i numerosi italiani che sono riusciti a dare proprie notizie. Ma resta l’angoscia per la scomparsa di quattro speleologi del Soccorso alpino nel villaggio di Langtang. Il primo è Giuseppe Antonini, di Ancona:il suo telefono non è più raggiungibile, ma sembra per che dopo la prima scossa, Giuseppe sia riuscito a parlare con la compagna. Con lui ci sono anche la speleologa Gigliola Mancinelli, Oscar Piazza, del soccorso alpino del Trentino Alto Adige e il genovese Giovanni Pizzorni. La paura è tanta perché pare che quel villaggio sia stato spazzato via da un mare di terra e detriti. L’unità di crisi della Farnesina è al lavoro per rintracciarli.

@LaraLoreti

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