L'ANALISI / Un partito alla resa dei conti

La spaccatura: la battaglia tra il vecchio e i nuovi arrivati si è fatta sempre più accesa

A lungo rinviato, poi strumentalmente tenuto a covare sotto la cenere, ecco arrivare lo scontro finale, la resa dei conti, la proclamazione del vincitore.

L’appuntamento è per domenica 14, stati generali del Partito democratico a Roma, un’assemblea che è quasi un congresso. Qui ci si conterà e si capirà se il partito è ancora sotto il dominio pieno e incontrollato del leader-premier, o se Matteo Renzi dovrà chinare il capo e siglare un accordo con la minoranza - cioè con la vecchia guardia dei Bersani-D’Alema-Bindi che il Rottamatore vede come il fumo negli occhi - per garantire un futuro alle riforme e alla nuova legge elettorale e trovare il metodo giusto per la scelta del nuovo Capo dello Stato; o se sarà rottura irrimediabile.

E sì, prima o poi doveva succedere, così com’era prevedibile che esplodessero le contraddizioni che percorrono il corpaccione del Pd. La prima è che di Partito democratico ce n’è non uno ma due. Fin dall’inizio. Nato dalla fusione fredda tra l’ala cattolica dei post Dc e quella dei post Pci ribattezzati Ds, la nuova creatura non è mai riuscita ad amalgamare le diverse culture politiche e sociali che ne avevano promosso la nascita, e che invece hanno finito per condizionare i governi di centrosinistra che nell’ultimo ventennio si sono alternati a quelli di Silvio Berlusconi.

La spaccatura si è accentuata con la presa di potere di Renzi perché più accesa si è fatta la battaglia tra il vecchio establishment e i nuovi arrivati, e sempre più numerose sono state le occasioni di discordia. L’elenco è lungo. Tra i due Pd non c’è accordo sui contenuti delle riforme, Jobs act e Senato innanzitutto; diversi sono i punti di vista sulla nuova legge elettorale; e profonda è la distanza sulla politica economica e sui rapporti con il sindacato, anche se alla vigilia dello sciopero generale il premier ha fatto marcia indietro tendendo la mano a Camusso & C.

L’altro contrasto che agita il Pd riguarda lo spregiudicato gioco delle alleanze che Renzi ha imposto abbracciando Berlusconi con un patto prima esaltato, poi accantonato, ma in realtà sempre incombente. E qui si intrecciano dissensi di fondo sull’opportunità politica ed etica di scendere a patti con l’antico nemico, e più concreti dissidi sul ruolo che i non renziani pensano di poter giocare negli appuntamenti più importanti di questa stagione: le riforme e sopratutto l’elezione del Capo dello Stato.

Il premier sta cercando di portare a casa prima un risultato poi l’altro; l’ex cavaliere cerca invece di tenere insieme le due partite: io vi faccio fare le riforme, va dicendo Berlusconi, e voi mi fate sedere al tavolo delle trattative per il presidente della Repubblica. L’unico modo che Renzi avrebbe per evitare il diktat berlusconiano, è poter disporre di un Pd compatto, pronto a votare con lui prima sulle riforme e sulla legge elettorale, poi per il successore di Napolitano.

Ma non è così semplice, come ha dimostrato la faticosa nomina di giudici costituzionali e tre giorni fa il no della minoranza Pd alla Camera contro il nuovo Senato che ha fatto riapparire lo spettro dei 101 voti che 19 mesi fa abbatterono la candidatura di Prodi al Quirinale. Intantro i tempi stringono: un mese appena e Napolitano lascerà il colle più alto.

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