Quelle parole razziste che ci hanno riunito in fondo al bosco ad abbaiare di dolore

Lo scrittore Sandro Veronesi e un'immagine della nave Diciotti arrivata la scorsa estate nel porto di Catania

Esce il 29 novembre “Cani d’estate” di Sandro Veronesi: dalla chiusura dei porti alla mobilitazione in difesa dei diritti dell’uomo. "Questo libro è un punto d'appoggio per chi ha provato quel dolore e si è sentito solo e ferito da parole infami come 'pacchia' e 'crociera'"

Uscirà il prossimo 29 “Cani d’estate - Abbaiare contro il razzismo” di Sandro Veronesi. Un libro che parte dalla vicenda delle navi Aquarius e Diciotti, la chiusura dei porti, lo sdoganamento di un linguaggio razzista, ma anche e soprattutto una successiva mobilitazione collettiva in difesa dei fondamentali diritti dell’uomo. Ecco come Veronesi presenta il suo lavoro.

SANDRO VERONESI


Questo libro nasce da una ferita. Quasi tutti i libri nascono da una ferita, ma di solito si tratta di una ferita intima, personale: questa invece è una ferita collettiva, inferta da un ristretto numero di persone a un gran numero di persone. Questo libro è anche un ritorno. È il ritorno dell’animale ferito dal fondo del bosco dove era corso a gridare il proprio dolore – e anziché solo, come accade di solito, si è trovato, laggiù nel fondo del bosco, in grande compagnia: tutti feriti, tutti laggiù a ululare di dolore. Tutti che poi dovranno tornare, anche loro, con la loro scrittura, la propria testimonianza. Per questo, questo libro sarà seguito da molti libri.

Questo libro è un punto d’appoggio. Per chi ha provato quel dolore, per chi ha subito quella ferita, e non è potuto correre via, fino al fondo del bosco dove avrebbe trovato tutti gli altri – ed è rimasto fermo, e si è sentito solo, ferito e solo, questo libro è una piccola pietra su cui quel dolore può essere appoggiato, e anche smaltito, poco a poco, nella scoperta che non era solo, e non lo è mai stato, perlomeno in questo dolore.

Questo libro è una consolazione. Non servirà a nulla, certo; non servirà a nulla di nulla; ma rimane una consolazione, per me che l’ho scritto, per chi lo leggerà e soprattutto per chi, pur non leggendolo, ne sentirà parlare: “Ah, un libro su quella ferita, su quel dolore. Meno male”. Questo libro è un tentativo di diminuire quel male: “Meno male”, infatti vuole dire “meno male”.

Succede a metà del mese di giugno, nel pieno dell’odissea della nave Aquarius. Già suonava inaccettabile la politica dei porti chiusi annunciata dal nostro ministro degli interni (“uomo di terra, che non conosce il mare”, come osservato da Andrea Camilleri), che introduceva il ricatto sulla pelle dei migranti nella trattativa con l’Unione Europea per il loro ricollocamento; già suonava inaccettabile la sostanza di quell’ordine, sbraitato via Twitter mentre la nave che li aveva salvati dall’annegamento vagava per il Mediterraneo alla ricerca di un porto dove sbarcarli: equivale, quell’ordine, allo smantellamento del concetto stesso di soccorso in mare, regolato dal Diritto Marittimo Internazionale con norme precise e perentorie, oltre che da una tradizione millenaria. Già era inaccettabile quello. Ma a scatenare i latrati sono le parole – due, per la precisione – che potevano benissimo essere evitate senza che il senso di quell’infame decisione cambiasse di una virgola, e che tuttavia vengono pronunciate: la parola “pacchia” e la parola “crociera”. È allora, il 15 giugno, che i cani si mettono ad abbaiare tutti insieme, anche se io ancora non lo so.

Lì per lì mi metto ad abbaiare io, all’istante, come il cane di Pavlov che esegue l’azione associata allo stimolo emesso dall’addestratore. Lo stesso capita a mia moglie, e per due o tre giorni ci abbaiamo in faccia tutto lo sdegno cui quelle parole – Pacchia! Crociera! – nel nostro addestramento sono state associate. È una perturbazione interna violenta e travolgente, che poche altre volte nella mia vita mi è capitato di affrontare, e che non riesco a governare. Non riesco più a pensare ad altro, non riesco a parlare d’altro, non riesco a dormire se non sognando un mare di piombo fuso dal quale spuntano orde di migranti disperati che mi afferrano e mi tirano giù. Non riesco a smettere di abbaiare... —