L’emigrato e il genio Così Benedetti incontrò Parker

Un sassofonista di Torre del Lago, un registratore e il gigante del jazz: il romanzo di Agostinelli

LIVORNO. L’America, la provincia italiana del secondo dopoguerra, emigrazione, speranze, vite difficili dalle stelle alla polvere. E il jazz come colonna sonora. C’è questo e molto altro nel libro “Benedetti da Parker” (Cairo Editore) di Alessandro Agostinelli, presentato in questi giorni da Sketch a Livorno in una serata con i jazzisti Andrea e Nino Pellegrini.

Per presentare Agostinelli è impossibile non ricordare che è il fondatore del Festival del Viaggio che si tiene a Firenze ogni anno e che nel suo caso si tratta di un viaggiatore speciale: «Sono della scuola di Antonio Tabucchi – dice – Credo che il viaggio sia un tema universale, un’esperienza che alimenta non solo speranze ma anche storie». Ed è proprio un viaggio quello che ha compiuto attraverso una storia dimenticata che si svolge tra due continenti: di qua Torre del Lago, di là lo Utah, Stati Uniti e poi New York, e naturalmente e Los Angeles. Una storia che comprende anche il ritorno: di nuovo Torre del Lago. Seguendo Dean Benedetti (vero nome Dino Alipio Benedetti) sassofonista nato a Ogden, nello Utah, nel 1922, da un padre emigrante dalla Versilia che aveva trovato lavoro come operaio delle ferrovie Southern Pacific.


«Non sapevo nulla di questo personaggio – confessa Agostinelli – finché Sandro Veronesi non mi portò con sé a intervistare la sorella, poi scoprii che era uscito già un articolo su Il Tirreno a firma di Afo Sartori. Questa storia mi entusiasmò. Tramite la sorella conobbi gli amici versiliesi di Dean Benedetti che ancora lo ricordavano come un mito, scoprii che l’amico del cuore fin dai tempi dell’adolescenza abitava a New York e andai a intervistarlo. Era Jimmy Knepper, un trombonista bianco che diventò famoso suonando con Charles Mingus».

Agostinelli, ci racconti cosa ha scoperto: chi era davvero Dean Benedetti?

«È stato un Salieri del Novecento. Un mediocre musicista, un monomaniaco che nella sua strada incrocia un genio del Novecento: Charlie Parker. Era il 1945, da allora non lo mollò più. Dean Benedetti era un po’ mattarello, diventò una macchietta nel mondo del jazz americano, dipinse persino il suo sax di nero per essere più vicino al suo idolo. Il biografo e manager di Parker, Ross Russell, diceva che Dean era lo spacciatore di Parker, ma non è vero. Dean era così affascinato dal modo di suonare di quello che fu chiamato poi “il Picasso del jazz” che lo seguiva ovunque. Russell era invidioso perché Dean Benedetti acquistò un posto importantissimo nella storia del jazz: ad ogni concerto lui registrava tutti gli assoli di Parker perché voleva studiare come suonava. Gli assoli registrati e poi riversati in vinile erano inutilizzabili commercialmente, ma si rivelarono fondamentali per critici e storici. Quelle incisioni preziosissime furono ritrovate dal fratello di Dean, Rigoletto, e pubblicati dall’etichetta americana Mosaic».

Dopo quel periodo, Benedetti tornò in Italia…

«Dean si ammalò, soffriva di miastenia e aveva problemi con la polizia per la droga. Decise di tornare a Torre del Lago, seguito dalla sorella che trovò impiego a Camp Darby. Lui qui aveva crisi di astinenza, stava male. Dall’America di Roosevelt, dove c’era tutto, si rinchiuse a Torre del Lago dove non c’era niente. Quando morì nel 1957 aveva poco più di 34 anni, la stessa età in cui era morto il suo idolo Charlie Parker».

Ma la sua che cos’è: una biografia?

«È un romanzo dove il 30 per cento è vero e il 60 è costruito. Un romanzo che vuol parlare di un personaggio dimenticato ma che ha lasciato un segno grazie alla sua immensa passione per la musica. È un libro che racconta il rapporto Usa-Italia nel dopoguerra, una storia di emigrazione, di chi attraversa il mare e poi ritorna come Ulisse. A Torre del Lago, Dean ospitava a casa i ragazzi del paese, faceva ascoltare loro la musica dei grandi del jazz che aveva conosciuto, loro lo vedevano come un marziano ma erano affascinati dai suoi racconti. Dean era tornato in Italia dove non c’era niente e ha portato un sogno, quello dei liberatori. In Versilia ancora oggi è amatissimo. Quando sono andato a parlare di lui a chi lo conosceva, gente ormai di una certa età, mi piangevano sulla spalla come bambini».

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