Il mio amico G che rendeva bella la vita per tutti

Gian Piero Alloisio, a lungo suo collaboratore, ricorda Gaber a 15 anni dalla scomparsa

Il 1° gennaio 2003 Giorgio Gaber si spense nella sua casa di Montemagno, a Camaiore. A 15 anni da quella data,o Utet pubblica “ Il mio amico Giorgio Gaber. Tributo affettuoso a un uomo non superficiale” di Gian Piero Alloisio, cantautore e uomo di teatro che con Gaber collaborò a lungo tra il 1980 e il 1994, scrivendo prose, sceneggiature e canzoni.

Alloisio, cominciamo dal titolo del libro, da cosa nasce?

«In occasione del decennale della sua morte, rileggendo tante sue dichiarazioni mi sono accorto che Giorgio mi chiamava sempre “il mio amico Gian Piero Alloisio”. Così per rendergli omaggio io e Gianni Martini, il suo chitarrista, abbiamo pensato di chiamare lo spettacolo su cui stavamo lavorando “Il mio amico Giorgio Gaber” rivendicando in qualche modo l’amicizia che c’era tra noi. Il libro prende spunto dai piccoli aneddoti che racconto nello spettacolo in cui canto tanti brani di Gaber, scritti con Sandro Luporini o con me. Tra le pagine c’è tutta la nostra frequentazione, la collaborazione artistica e la nostra amicizia».

Quando ha incontrato Gaber la prima volta?

«Fu quando andai nel suo camerino. Cercando di mostrami intelligentissimo non ho aperto bocca. Non successe nulla, ma almeno gli avevo stretto la mano. Avevo iniziato a scrivere canzoni, avevo fatto un primo disco che era piaciuto a Dario Fo, ricevuto complimenti, così avevo deciso di andare a dargli il disco. Ma poi non ebbi il coraggio».

E quando vi siete rivisti?

«Quando lui aveva già deciso di lavorare con me, mentre io già collaboravo con Guccini. Giorgio è venuto a trovarmi a Milano in un cinema dove io con la mia band, che poi sarebbe diventata la sua band, suonavo alla mattina per gli studenti che marinavano la scuola. Sempre tutto esaurito. A lui ovviamente questo tipo di cose non piacevano, era contrario a queste iniziative, d’altronde era quello che cantava “Cari cari polli di allevamento coi vostri stivaletti gialli e le vostre canzoni”. E io avevo jeans, stivaletti gialli e cantavo le canzoni rivoluzionarie: ero proprio il pollo. Ma a quel punto avevo già scritto una canzone che Guccini ha poi ripreso, “Venezia”, così per quella canzone e per un’altra che poi ha cantato anche Ombretta Colli, Giorgio mi ha fatto capire che gli sarebbe piaciuta una collaborazione con me».

Allora è iniziato il vostro lavoro insieme e la vostra amicizia che vi hanno portato anche in Versilia.

«Il magnete che attirava Gaber, e di conseguenza me, in Versilia era Sandro Luporini. Un personaggio straordinario, originale, per certi aspetti inamovibile. Sandro andava raggiunto. Gli spettacoli del teatro canzone degli anni Settanta sono stati scritti prima in un albergo di Viareggio e poi nella casa di Gaber a Montemagno. Per il primo spettacolo in cui ho collaborato con lui, “Gli ultimi viaggi di Gulliver” tutto è partito da una riunione in quella casa in cui eravamo presenti io, Gaber, Luporini e Guccini. Era fondamentale la personalità di Sandro, che nelle riunioni parlava pochissimo, ma scriveva tanto. Poi Gaber aveva la straordinaria capacità di trarre da quelle tante parole lo spunto per una canzone, magari sceglieva dieci frasi, o un monologo».

Che tipo d’uomo era Gaber?

«Era pudico, riservato, elegante. Stava sul palco ma non si atteggiava a uno dello star system. Non stava sul piedistallo nella vita, come dimostrano certi aneddoti che ho riportato nel libro. Era un uomo che giocava, ma che aveva la grandissima capacità di non essere superficiale neppure giocando. Oggi gli intellettuali di turno nei talk show recitano ognuno il proprio format. Giorgio non aveva nessun tipo di seriosità precostituita, era naturalissimo, e sapeva essere serissimo qualsiasi cosa facesse, quando era tranquillo, quando era furibondo, quando giocava. Ogni argomento che si affrontava dopo tre minuti non era più argomento di conversazione banale. È un miracolo che non ho visto fare da altri. Tutti noi quando parliamo del più e del meno diciamo “ora parliamo seriamente”. Con lui non c’era distinzione: il più o il meno era già serio e giocoso, è difficile essere così. Al di là del personaggio era una grande persona, forse più grande del personaggio».

Perché?

«Perché rendere piacevole la vita al pubblico, ma renderla anche piacevole a tutti quelli che ti stanno intorno nel quotidiano è una grande particolarità. Gli artisti quando sono grandissimi hanno le loro nevrosi, le loro fragilità, le loro paure, chi gli sta intorno spesso soffre. Jannacci, per esempio, era s un personaggio pazzesco sul palco, ma talmente imprevedibile nella vita che lavorare con lui era molto faticoso, preoccupante. Giorgio, invece, rendeva il più possibile facile la vita a tutti.

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