Livorno era un castello e ha almeno mille anni

La prova in una pergamena datata 13 novembre 1017

LIVORNO. Tutta colpa di Giotto e Cimabue, del duomo lucchese e della Torre Pendente pisana, delle necropoli etrusche di Populonia o del teatro romano di Fiesole: la Toscana ha un cuore antico, carico di storia e rughe mentre i livornesi si portano dietro l’identikit di giovanottini nati l’altro ieri. Non è forse vero che Livorno nasce come città pentagonale pianificata dalla matita dell’architetto Bernardo Buontalenti per conto dei Medici poco più di quattro secoli fa?

Eppure Livorno esiste ben prima di essere innalzata al rango di città a partire dal giorno di san Giuseppe del 1606. Basta tornare indietro di pochi anni per ricordarsi delle “leggi livornine” che, per volere del granduca Ferdinando I, alla fine del Cinquecento avevano invitato «tutti voi mercanti di qualsivoglia nazione» a insediarsi nel porto mediceo promettendo salvacondotti agli ebrei così come a «levantini, ponentini, spagnuoli, portughesi» e chissà cos’altro. Del resto, un grande storico come Fernand Braudel quando disegna l’affresco di un grande scalo mercantile mediterraneo nell’età moderna fissa lo sguardo su quel che accade a Livorno a partire dal 1547 (e, detto per inciso, se ha da paragonarla a qualcosa la raffronta a Algeri, mica alle corti europee). E la magnifica architettura militare della Fortezza Vecchia aiuta a immaginare che qualcosa c’era anche nei secoli precedenti.

Il fascino e lo spettacolo di Livorno dall'alto



Quel “qualcosa” prende la forma del documento in cui per la prima volta Livorno compare in un atto ufficiale: anzi, a esser pignoli figura come “Livorna”. Manco a dirlo, è a Pisa: in una pergamena custodita nell’archivio dell’arcivescovado. Risale al 1017, per l’esattezza al 13 novembre di quell’anno: dunque, è la prova provata per dire che Livorno esiste da un millennio preciso.

Le candeline del compleanno numero 1000 i livornesi le spegneranno lunedì a Palazzo civico, quando il Rotary Club Livorno Mascagni, «nel giorno esatto nel quale ricorrono i mille anni dalla redazione della pergamena», ne donerà una copia al Comune. Prima la cerimonia, poi il convegno scientifico su Livorno millenaria che l’organizzazione rotariana mette in pista grazie all’iniziativa – patrocinata dal Comune di Livorno – promossa dall’associazione culturale “Livorno com’era” insieme all’Associazione Livornese di Storia, Lettere ed Arti in collaborazione con l’Archivio Storico Diocesano di Pisa.

«Tutto parte da un’idea lanciata lo scorso anno dal nostro socio Aldo Tripodi, ex ingegnere del Comune: mille anni da festeggiare con un convegno», spiega il professor Giorgio Mandalis, presidente di “Livorno com’era”, associazione della quale fa parte Giovanni Ghio, presente anche nel club rotariano. «È stato lui a fare da “ponte” quando ci siamo messo a programmare le attività», dice il professor Marco Macchia, presidente del Rotary Livorno Mascagni.

Il documento è «una pergamena notarile per un passaggio di proprietà di terreni nel territorio di Livorna», come raccontano gli organizzatori: riguarda «un’area compresa tra il Rio Maggiore, oggi tristemente noto per via dell’alluvione, e il Porto Pisano». In un «latino molto incerto» si parla di un “castellum” più una sfilza di toponimi. A cominciare da Setteri (localizzata in una casa colonica vicino alla caserma dei pompieri in zona Coteto) e Villa Magna (nei pressi di Ardenza).

L’esistenza della pergamena era nota: ne aveva già parlato Ludovico Antonio Muratori quasi tre secoli fa, la ritroviamo in opere come il “Dizionario” di Giovanni Wiquel. «Ma per la curiosa svista di Massimo Santelli, annalista livornese del Settecento, – ricorda Mandalis – fino ai giorni nostri è rimbalzata l’idea che esista anche un altro documento risalente al 904. Il motivo? Un anonimo archivista ha appuntato un “904” sul faldone “diplomatico” n. 31 e Santelli l’aveva presa per una data. Ma nell’atto c’è un riferimento a un “imperatore Enrico” che nel 904 non c’era».

Non è l’unica “fake news” ai tempi del pre-social: «Di secolo in secolo – ribadisce il presidente di “Livorno com’era” – si è perpetuata anche questa strana fantasia di Livorno villaggio di pescatori: ci sarà stato anche qualche barchino da pesca ma era un “castello” e semmai aveva militari e tutt’al più artigiani».

Qui però parliamo di “Livorna”: è solo nel Duecento che fa capolino il toponimo attuale con la “o” finale. Nel duello sulla toponomastica labronica Mandalis legge il braccio di ferro per l’egemonia politica: «Finché Livorno è stata nell’orbita genovese – afferma – si è avuta una grafia “Ligorna” perché attorno a quella radice “Lig” si voleva costruire tutto un apparato simbolico filo-genovese». Le carte in tavola sono cambiate quando siamo finiti sotto Firenze, spiega lo studioso: «Hanno fatto piazza pulita della denominazione che piaceva tanto ai genovesi, sono andati a ripescare una lettera di Cicerone per ribattezzarla Labrone. In realtà, il Labrone di Cicerone era un porto del quale si sa solo che era a nord di Roma: siamo sicuri che basti per dire che era Livorno?».