Mezza Europa in ambulanza per portarla a morire a casa: il gesto di un'infermiera e di due volontari

L'infermiera e i due volontari insieme

Da Empoli alla Romania: così Niccolina, malata terminale, ha potuto dire addio ai suoi cari. Gli angeli del suo ultimo desiderio: "È rimasta lucida fino alla fine"

EMPOLI. Duemila chilometri di dolore e solidarietà. No, stavolta non c’è spazio per la speranza. Il finale è scritto, si chiama morte. Ma sull’ambulanza non c’è soltanto una donna che va incontro al suo destino, accompagnata dall’amore di una figlia e da tre persone con un cuore grande così. Che hanno deciso di esaudire l’ultimo desiderio di una malata terminale: morire nella sua terra, dopo aver visto, per un’ultima volta, i suoi cari. Un desiderio espresso in un letto dell’ospedale di Empoli ed esautido a Onesti, città romena lontana quasi duemila chilometri, ai confini con la Moldavia. Niccolina, 69 anni, sa qual è il suo destino. Ormai le restano pochi giorni. Nel reparto di Medicina, dov’è ricoverata, l’infermiera caposala è Adele Carli Ballola. Ha 52 anni, è empolese e da una vita sta dalla parte degli altri. Non solo in corsia. In Congo, per esempio, dove ha lavorato a lungo con il Servizio volontario internazionale. Il suo cuore non è rimasto impassibile di fronte a quel desiderio. E allora Adele ha bussato alla porta della Misericordia di Empoli. Che le ha aperto. Insieme hanno cercato la soluzione più rapida: il trasferimento in aereo. Ma per organizzare un viaggio del genere, con una paziente in condizioni così gravi, servivano almeno cinque giorni. Troppi.

E allora serviva un’altra soluzione. Eccola: affrontare il viaggio - delicato ed estenuante - in ambulanza. Adele si è presa alcuni giorni di ferie da lavoro. L’associazione ha messo a disposizione il mezzo e il resto dell’equipaggio: Daniele Guazzini, 37 anni, empolese, dipendente della Misericordia; e Gianmarco Marconcini, 21 anni, che vive sull’altra sponda dell’Arno, nella vicina Sovigliana ed è un volontario.

«Siamo uomini ma ce l’abbiamo fatta grazie a Dio. Lui era con noi». Daniele è stravolto da un tour de force devastante, carico di emozioni e tensione. Fatto di orgoglio, per essere riusciti a esaudire il desiderio di una malata terminale; e di dolore, perché Niccolina è morta poche ore dopo l’arrivo nell’ospedale di Onesti. Ma nel cuore e nella mente dei tre c’è ancora la gioia per gli abbracci con i quali sono stati accolti dai familiari della donna, immensamente grati a quegli “eroi della solidarietà”, per aver attraversato l’Italia, la Slovenia, l’Ungheria e quasi tutta la Romania e aver permesso a tutti loro di salutare - per sempre - la loro Niccolina.

Quella commozione, quegli sguardi così carichi di riconoscenza, li hanno ripagati dei sacrifici fatti, che possono essere “fotografati” semplicemente con la tabella di marcia: partiti da Empoli alle 3.30 di mercoledì, sono arrivati a Onesti alle 4.30 di giovedì, dopo 25 ore di viaggio, praticamente senza soste, se non per fare rifornimento di carburante; sono ripartiti alle 11.30 e ieri mattina alle 10 erano di nuovo in sede a Empoli.

«È stato un viaggio molto complicato, sia per il numero di chilometri, sia per le condizioni critiche della donna», costantemente accudita da Adele: «La paura che non ce la facesse era tanta - raccontano -. In caso di decesso ovviamente avremmo dovuto fermarci e avvertire le autorità». E invece Niccolina ha resistito: «Era consapevole di quello che stavamo facendo, si è resa conto di tutto». All’uscita dell’autostrada, in Romania, il team empolese ha trovato ad attenderli alcuni familiari della donna: «L’ultimo tratto è stato veramente impegnativo, ci hanno fatto “scortati” nelle strade di campagna e in mezzo a piccoli paesi. Guidare in quelle condizioni richiede grande concentrazione». Poi, finalmente, l’arrivo all’ospedale di Onesti, città di 50.000 abitanti, dove - insieme al personale medico e infermieristico - c’era il resto della famiglia ad attenderli: «Sono stati eccezionali con noi, riservandoci un’accoglienza indescrivibile: non è possibile raccontare le emozioni che abbiamo provato - spiega Daniele -. Tutto questo è stato possibile grazie a due persone straordinarie», dice guardando Adele e Gianmarco. Che sorridono, ricambiano i complimenti: «Si è creato un affiatamento molto bello», sottolinea l’infermiera.

Quando Niccolina ha capito che non ce l’avrebbe fatta, ha sognato di rivedere per un’ultima volta la sua terra e le persone che aveva lasciato per raggiungere sua figlia a Castelfiorentino: «Era quello che voleva - racconta l’infermiera. Sapeva a cosa stava andando incontro e aveva bisogno di sentirsi a casa. Per quello che ho visto nel corso della esperienza professionale, in questi anni, molte persone straniere, quando si rendono conto che la loro vita sta per finire, sentono in maniera forte l’esigenza di tornare nel loro Paese, diventa una necessità». E in questo caso il sogno è diventato realtà: «Il mio pensiero - aggiunge Carli Ballola - oltre che ai due compagni di viaggio, va anche a tutto il reparto di medicina: durante il viaggio ho sentito tutta la vicinanza dei colleghi, era come se fossero lì con me e questo mi ha aiutata molto».

Grazie a lei, alle sue cure e ai farmaci che le ha somministrato durante i duemila chilometri, la sessantanovenne è arrivata a Onesti «lucida e senza dolore, in modo da rendersi conto di avercela fatta, di vedere i suoi cari». Di andarsene in serenità: «Questa esperienza - assicurano Gianmarco e Daniele - ci ha migliorati. Ci sentiamo arricchiti, perché abbiamo imparato tanto». Perché quei duemila chilometri vogliono essere, per dirla con Adele, «un piccolo sasso per la pace tra i popoli». Intorno alle 22 di giovedì, mentre l’ambulanza era praticamente a metà strada sulla via del ritorno, arriva una telefonata. Prevista quanto dolorosa: «Niccolina è morta». Dove voleva lei. Grazie al cuore di tre empolesi.

LA LETTERA

Ecco la lettera che i colleghi dell’ospedale di Empoli hanno scritto per ringraziare l’infermiera e i due volontari per il loro gesto di grande generosità.

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Vorremmo raccontarvi una storia che non parla di malasanità ma di una sanità fatta di solidarietà e condivisione, una storia che parla di solidarietà silenziosa, senza clamore, che passa quasi inosservata a chi è troppo indaffarato nei fatti quotidiani. Un’infermiera, caposala del reparto di Medicina dell’ ospedale San Giuseppe di Empoli che si chiama Adele, ha compiuto un gesto che ha dato a noi infermieri e operatori sanitari il senso profondo della nostra professione. Questa dolce, delicata straordinaria infermiera ha deciso di realizzare il sogno di una malata che voleva passare gli ultimi momenti della sua vita non nel letto di un ospedale, lontano mille miglia dai suoi cari, ma a casa propria, vicino alla sua famiglia. Così, complice il silenzio e il buio della notte, insieme a due giovani soccorritori della Misericordia di Empoli e alla figlia, l’ha accompagnata a casa, in Romania. Un viaggio estenuante durato più di ventiquattro ore. Ma chi di noi non vorrebbe baciare e vedere la propria terra e riuniti i propri cari almeno un’ultima volta prima di andarsene? Ebbene Adele l’ha fatto, lasciando che le parole, i discorsi, la burocrazia cadessero e cedessero il posto al cuore, linguaggio universale. Il suo gesto ci rende orgogliosi di essere infermieri e ci dà speranza. Grazie Adele e un grazie ai giovani soccorritori della Misericordia di Empoli che l’hanno accompagnata con l’ambulanza.