Referendum, in Toscana vince il Sì ma il Pd è ferito. E Rossi si smarca

Il governatore: «mi sono battuto lealmente ma capisco il voto». E parla di «patriottismo costituzionale». Esultano grillini e destra

LIVORNO. Non serve a nulla. In Toscana vince il sì di circa 100mila voti. Il rapporto è 52,5% a 47,4%. Ma questo non basta al Pd. Non basta a evitare la sconfitta. Non basta a evitare le dimissioni di Renzi e la caduta del governo. Non c’è neppure la consolazione del primato che il partito si era impegnato a raggiunfere con il premier: la Toscana non è la Regione con il più alto numero di elettori favorevoli alla riforma costituzionali. Ce ne sono di più in Emilia. Non in percentuale, ma in termini assoluti. Del resto, se si guarda le percentuali, il Trentino è avanti alla Toscana di 5 punti.

Per il fronte del sì è una sconfitta su tutta la linea. Per il Pd è anche peggio. Il partito perde il premier e probabilmente anche il segretario. In nottata si diffonde la notizia che Renzi, domani, potrebbe anche dimettersi da segretario del partito per «ripartire dal basso». Questo aprirebbe uno scenario politico che coinvolge la Toscana: oggi l’unico candidato alla segreteria nazionale, è Enrico Rossi, il presidente della Regione. Il governatore è stato anche il primo ad ammettere ufficialmente la sconfitta del referendum, prima ancora che Renzi si presentasse a Palazzo Chigi per il discorso sulla debacle. «Si è espresso un giudizio anche su Renzi, a causa dell’errore di personalizzazione che lui stesso ha ammesso. Ma un’affluenza così alta indica una scelta del popolo tra chi vuole cambiare e chi vuole conservare la Costituzione».

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La sconfitta del sì per molti sarà stata anche una sorpresa, ma non per i vertici del Pd. Almeno non per i vertici del Pd toscano. Già in serata, mentre viaggiano verso Roma, in auto tira aria di scoramento. Un po’ influiscono i sondaggi poco incoraggianti. Un po’ la “pancia”. Gli scrutini confermano le sensazioni. I risultati sono impietosi, malgrado l’affluenza di Firenze (75,1%) sia più alta di quella di Bologna (77,1%). O che Pontassieve, dove il premier si presenta al seggio in mattinata, segni il record di votanti: quorum all’80,5%. Idem a Rignano (stessa percentuale), il suo paese d’origine. A Firenze il sì vince (56,3%); pure a Sesto Fiorentino, dove alle comunali il Pd si era presentato diviso, a Prato, Pistoia. Ma a Pisa, dove il Pd esprime parlamentari e consiglieri regionali, il no vince alla grande. Sarà contento il deputato Paolo Fontanelli. Meno Antonio Mazzeo e Stefano Bruzzesi, vicesegretario regionale del Pd toscano e responsabile enti locali che vedono i risultati a Castelnuovo di Porto, nella cittadella della protezione civile dove si scrutinano i voti degli italiani all’estero. Sono stati mandati da Renzi a sorvegliare lo scrutinio dei voti degli italiani all’estero, quelli che si credeva potessero fare la differenza. Sbagliato. Il voto è netto già nelle regioni, grazie a un’affluenza massiccia che Dario Parrini, il segretario regionale del Pd, valuta come un grande esempio di democrazia.

Lo crede anche Francesco Baicchi, referente regionale del Comitati per il no: «Questo risultato è una grande vittoria della partecipazione. La gente ha ancora voglia di contare, quando il proprio voto serve e non è troppo mediato dalle forze politiche». Per il governatore della Toscana, Enrico Rossi c’è anche un altro elemento: la gente è andata a votare perché in Italia si è creato un movimento di «patriottismo costituzionale». Trasversale, popolare in difesa di una Carta «che non è affatto vecchia». Un segnale chiaro ai politici: se volete cambiare la Costituzione, andateci piano. Con il bisturi e non con la mannaia. «Il popolo italiano invia a trattare la costituzione con maggiore rispetto evitando che si di essa si creino lacerazioni». Una raccomandazione che vale che anche per la sinistra e per il Pd che deve ricostruirsi, specie ora che deve scegliersi un nuovo segretario.

Intanto - replica Stefano Mugnai, capogruppo di FI in Regione, ora gli italiani devono scegliersi un nuovo premier: «I risultati dicono che il plebiscito che Renzi chiedeva è arrivato. Non nella direzione che sperava. Credo che ora debba trarne le conseguenze: dimettersi come ha fatto il premier inglese Cameron dopo la sconfitta al referendum sulla Brexit. Il giudizio degli italiani è stato negativo: hanno capito che la riforma era pensata da Renzi per legittimare la sua permanenza a palazzo Chigi, senza passare dalle urne».

Il Pd toscano rimanda a oggi i commenti. Ma i voti già parlano. A Livorno, la vera città grillina della Toscana, il no vince con il 52,2%. A Cascina, la nuova roccaforte leghista della toscana, al primo test elettorale dopo la vittoria della Lega, vince il no con oltre il 51% . E Manuel Vescovi, capogruppo della Lega in Regione, commenta lapidario: «Questo voto, anche in Toscana, è stato politico oltre che tecnico. Sono sicuro che influenzerà anche le amministrative di primavera. Intanto mi consolo con il fatto che mia figlia non dovrà studiare fra i costituenti Renzi, Boschi o Verdini».

La devono pensare così anche nelle zone dove il voto è stato influenzato dalla questione di Banca Etruria: non è bastato tenere lontana dalla Toscana il ministro Maria Elena Boschi per placare l’ira dei risparmiatori. Perfino a Laterina, paese natale del ministro, il no ha vinto. Comunque, serviranno alcuni giorni per valutare il voto, assai composito. Ad esempio, il Sì vince a Piombino, dove Renzi si presenta a fine campagna elettorale, per recuperare il voto della costa toscana. Al contrario perde a Cecina , anche se si misura: il sì si ferma a 49,7%. Invece, a Carrara, altra città vicino a M5s, il no registra un exploit (58%). Un dato che deve fare riflettere visto che qui fra pochi mesi la città andrà al voto per eleggere il sindaco. Come a Lucca, dove il no, vince di misura: circa il 51%. Un monito per il Pd che alle amministrative vuole presentarsi diviso.

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