«Livorno, una città musicale che fece jazz prima di tutti»

Il pianista Andrea Pellegrini riscopre la vocazione labronica e i suoi grandi talenti e con il suo quartetto proporrà una rilettura delle canzoni di Piero Ciampi

LIVORNO. Livorno città del jazz. Lo è stata in passato e torna ad esserlo ora con il Premio Ciampi che per una settimana (si parte il 19 novembre fino alla serata finale che è il 26) occuperà con la musica vari luoghi della città: dal Mercato Centrale alla Bodeguita, dal Nuovo Teatro delle Commedie alla Goldonetta, fermandosi in alcuni ristoranti con cene a tema e poesia.

Livorno città di porto e di stabilimenti balneari (ma anche Montecatini del mare alle Terme del Corallo) di musica ne ha vista scorrere tantissima e tanta è stata condita con quell’ingrediente pepato che è il jazz. Nel secondo dopoguerra aveva il suo Jazz Club, soltanto Roma e Milano potevano vantarne uno. Tanti i personaggi che hanno suonato in città, creato bande musicali e gruppi, tanti sono volati via inseguendo sogni artistici o di semplice sopravvivenza. Una storia della Livorno del jazz l’ha raccontata qualche anno fa in un libro il pianista Andrea Pellegrini (“Livorno, dalla musica americana al jazz”, scritto con Maurizio Mini per le edizioni Erasmo) che è uno dei protagonisti del Premio Ciampi insieme al suo Quartetto di Livorno con il quale ha inciso un disco di cover ciampiane in chiave jazz dal titolo “Fino all’ultimo minuto”.

Pellegrini e i suoi si esibiranno nel corso della serata finale del Ciampi, il 26 alla Goldonetta. Ne riparliamo con lui che appartiene ad una famiglia di musicisti (i Pellegrini Vianesi, imparentati anche con i Tronci di Pistoia che nel Settecento fabbricavano organi e oggi invece percussioni) che da sette generazioni annovera compositori, direttori d’orchestra, cantanti lirici, violinisti, pianisti. Lui stesso ha un curriculum infinito, è stato a lungo docente e quest’anno porta il jazz anche al Museo di storia naturale con concerti nella Sala della Balena, prossimo appuntamento il 20 novembre con una serata dedicata a Bruno Tommaso.

Come è arrivato il jazz a Livorno?Con gli americani?

«No, c’era già anche prima. Ufficialmente il jazz nasce nel 1917 a New Orleans, l’anno prossimo sarebbe il centenario. In realtà il jazz non è una cosa sola, è tante cose, nasce con il disco, con la radio, nasce sulle navi, con la musica che facevano gli emigrati che partivano con la biancheria di ricambio e il loro strumento. Il jazz è multietnico, viaggia e si nutre della musica che si fa nei vari posti. Si faceva anche in Cina negli anni Trenta, anche in Sudafrica. A Livorno c’è traccia dell’esibizione di un ballerino etiope nel 1933, Harry Fleming, al Politeama. Molto prima degli americani, tra la fine dell’Ottocento e gli anni Dieci, Livorno era una città vivacissima, la prima ad avere una stagione balneare, si ballava con orchestre che mescolavano musica classica, operetta, canzoni da caffèchantant e ritmi americani come il fox-trot e lo swing. Con i soldati americani poi, nel ’45, arrivarono a Livorno anche Ella Fitzgerald e Frank Sinatra che cantò in piazza Magenta davanti alle truppe con un’orchestra di giovani musicisti livornesi. Nei prossimi mesi ricorderemo l’avvenimento con una targa».

Il fascismo però ostacolava il jazz...

«Ufficialmente sì, ma il jazz si diffondeva ugualmente in maniera sotterranea. Non dimentichiamo che il figlio di Mussolini, Romano, è stato un grande jazzista. A Livorno Osvaldo Peruzzi, pittore futurista, metteva suonatori jazz nei suoi quadri. E anche due grandi compositori come Mascagni e Puccini rubarono tantissimo al jazz, Mascagni addirittura nell’operina “Sì” ammiccava apertamente al jazz. E il jazz ha ricambiato: basta ascoltare la versione che Danilo Rea ha fatto dell’intermezzo di “Cavalleria” e l’omaggio a Puccini di artisti come Marco Bartalini e Paolo Fresu, anche Miles Davis ha lasciato incompiuta una rilettura di Puccini in chiave jazz».

Doveva esserci una diffusione vastissima della musica. C’era dell’altro?

«L’altra radice del jazz è stata la musica bandistica che in Toscana andava forte. Le bande c’erano già nel 1400, era una modo di suonare all’aperto che era molto praticato. A Livorno c’era una banda comunale stabile dalla fine dell’800, ancora oggi è la Banda Città di Livorno. Bisogna immaginare che allora non succedeva niente, nessun avvenimento di una qualche importanza, senza l’accompagnamento musicale dal vivo. Oggi invece la musica dal vivo è scomparsa dalla nostra quotidianità e la nostra grande tradizione poggia sul nulla. Per diffondere la cultura musicale bisogna ricominciare dalla scuola. È vero che c’è molto fermento su questo tema, ma siamo rimasti fermi troppo tempo. Basta affacciarsi all’Europa per vedere come si fa: in Finlandia fanno musica con i neonati e addirittura con le mamme in attesa».

Chi sono i talenti livornesi di oggi?

«Faccio tre nomi di giovani: il bassista Gabriele Evangelista, un mostro assoluto, lanciato da Enrico Rava; Giacomo Riggi, polistrumentista che ha suonato con Danilo Rea e Tony Scott, è nipote di Tony Mazzone, grande personaggio del jazz livornese. Poi Gabrio Baldacci, chitarrista che ha suonato a lungo con Dimitri Grechi Espinoza, altro nome del jazz livornese affermato in campo internazionale».

I suoi tre figli suonano e cantano. Ci dà qualche consiglio su come fare amare la musica ai propri figli?

«Premetto che in casa nostra abbiamo respirato musica di ogni tipo e il jazz ha rappresentato il punto di incontro. Mia figlia Chiara canta in Portogallo e porta avanti una sua ricerca di collegamento con il fado; Francesco è un fagottista classico ma anche un chitarrista rock, Marco è violoncellista classico. Con i figli si può cominciare prestissimo, l’importante è presentare loro la musica come gioco, divertimento, mai fargli capire che c’è da studiare, da faticare. Poi si può proporre: perché non lo fai con il violino o il pianoforte? Quando sono adolescenti bisogna sapere che avranno un rifiuto e allora si deve avere il coraggio di mollare, di non insistere. Poi ritornano sempre e più forte è stata la crisi più forte sarà l'amore».

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