Il poeta-governatore nell’inferno della Garfagnana

di PAOLA TADDEUCCI Ora la Garfagnana lo festeggia, ma Ludovico Ariosto probabilmente non ne sarebbe così felice, pensando a cosa furono i tre anni là trascorsi - dal 1522 al 1525 - come governatore...

di PAOLA TADDEUCCI

Ora la Garfagnana lo festeggia, ma Ludovico Ariosto probabilmente non ne sarebbe così felice, pensando a cosa furono i tre anni là trascorsi - dal 1522 al 1525 - come governatore per conto degli Estensi. Un inferno. Zona montuosa di confine, contesa tra Lucca, Firenze e la casa d'Este e con fortissime ingerenze della Chiesa, la Garfagnana del Cinquecento si presentava come una terra smembrata, poco avvezza a sottomettersi a un potere centrale e infestata da briganti. Non solo liti, furti e omicidi erano all'ordine del giorno, ma anche il comportamento dei preti era dei più riprovevoli, tanto da macchiarsi loro stessi di crimini e fornire protezione ai banditi. A rendere ancora più fosco il quadro la continua minaccia di peste e l'asprezza di un paesaggio impervio, strade dissestate, neve e un tempo da lupi per buona parte dell'anno.

Quando arrivò da Ferrara il 20 febbraio 1522 il poeta - che l'anno prima aveva pubblicato la seconda edizione de L'Orlando furioso - trovò questo inferno. Aveva accettato a malincuore l'incarico per continuare a ricevere uno stipendio dagli Estensi. Nei tre anni garfagnini - nel corso dei quali stabilì il quartier generale a Castelnuovo nella Rocca oggi a lui intitolata - fu costretto a ridimensionare l’impegno letterario, preso dalle incombenze politiche, diplomatiche e militari, ma non lo abbandonò del tutto. Prova ne sono le tante lettere scritte al duca Alfonso d'Este, e molte Satire, che il poeta aveva cominciato a comporre dal 1517, dove racconta in versi ciò che vive. Momenti drammatici e segnati da grandi frustrazioni, tanto da arrivare a dire ad Alfonso: «io non sono omo da governare altri omini».

Del resto proprio il duca non gli fu di aiuto nel difficile incarico. Ariosto aveva a disposizione pochi soldati, ai quali erogava personalmente le paghe mensili: forze del tutto insufficienti per una vigorosa azione di ripristino della legge come la situazione richiedeva. E come il governatore-letterato voleva, perché credeva nell'onore, nella giustizia, nell'equità e nella pace. Alfonso d'Este ci credeva un po' meno, così mentre Ludovico svolgeva una dura azione di repressione verso le bande organizzate, lui si mostrava conciliante e arrendevole, per dirla con un eufemismo, creando spesso grandi problemi al poeta. Una delle vicende leggendarie riguarda il Moro, a capo della banda di Sillico, paese arroccato sopra Castelnuovo. Descritto dal racconto popolare come una specie di Robin Hood, amico della povera gente contro le vessazioni governative; in realtà fu uno dei più feroci banditi della Garfagnana che faceva tutt'altro che del bene. Lo storico locale Paolo Marzi ne ha ricostruito la storia, sostenendo che Ariosto dette una caccia spietata al malfattore, senza riuscire però a vincerla. Una sconfitta dovut. a proprio alla protezione goduta dal Moro - afferma Marzi - presso il duca d'Este, che spesso assoldava il capo banda e i compari come mercenari per il suo esercito. Per Ariosto l'allontanamento del Moro dai confini garfagnini significava tirare un po' il fiato, così arrivò a invitare lui stesso il duca ad assoldarlo. Anche quando il poeta-governatore nel 1523 catturò il bandito e lo mise in carcere condannandolo alla pena di morte, Alfonso fece in modo di farlo scappare. Da questo inferno Ariosto uscì bene. Grazie a uno straordinario senso del rigore, dell'equilibrio, dell'equità e dell'umanità, lasciò un ottimo ricordo nella popolazione che finì per rispettarlo e ammirarlo.

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