Quel cameriere assomiglia a uno scrittore

A Firenze un gruppo di autori di successo serve ai tavoli del ristorante. E fra un piatto e l’altro si parla di libri

BARBARA BARONI. In tempi moderni è difficile campare facendo un mestiere solo. Sarà per questo che alcuni scrittori toscani hanno deciso di diventare anche camerieri? La responsabilità è dello scrittore fiorentino Marco Vichi: «È tutta colpa mia - confessa - ho dedicato queste serate a John Fante che da giovane ha fatto il cameriere a Los Angeles». Ma per l'inventore del commissario Bordelli il motivo è anche quello di invogliare a leggere: «Qualunque cosa possa servire a diffondere la lettura a me va bene - dice Vichi - fosse anche andare per strada con una gallina al guinzaglio. Leggere fa bene, sviluppa lo spirito critico, è un antidoto contro la stupidità e la "creduloneria", è una magnifica palestra per allenare i sentimenti, dunque migliora il mondo, e di questi tempi ce n'è davvero bisogno».

I discepoli di Fante. E così, con John Fante virtualmente come capofila, accanto allo scrittore fiorentino, si sono aggiunti anche altri autori come Leonardo Gori, Anna Maria Falchi, Lorenzo Chiodi e Valerio Aiolli. «Abbiamo cominciato un anno fa circa - spiega ancora Vichi - all'enoteca Mangiafoco di Borgo SS. Apostoli». Le serate (che hanno anche uno scopo benefico: ogni persona paga la cena e in più 5 euro per l'associazione www.filodijuta.it, che opera in villaggi sperduti del Bangladesh occupandosi di far studiare bimbe e bimbi figli degli intoccabili) hanno inizio quando questi “scribacchini” decidono di mettersi un bel grembiule da camerieri e, destreggiandosi tra piatti, tovaglie e bicchieri, rispondono alle domande e alle curiosità dei clienti.

Le domande dei lettori. Leonardo Gori è entusiasta dell’esperienza: «E' il caso di dire che il contatto coi lettori, in questo modo, ha un sapore particolare... si crea un rapporto diverso. All'inizio c'è un po' d'imbarazzo, perché la situazione è decisamente buffa, poi subentra la curiosità e l'atmosfera incoraggia i lettori-clienti a fare domande più intime di quelle sempre un po' ingessate delle presentazioni classiche. E' un bello scambio». E Valerio Aiolli, il cui nonno, fra l'altro, aveva fondato un ristorante, vede questa sua nuova veste come un modo per unire il piacere del racconto a quello della convivialità: «La narrazione d'altra parte - dice - nasce così, con i conta-storie che intrattenevano gli ospiti a tavola». Anche per Anna Maria Falchi questa doppia veste è un modo per moltiplicare i lettori: «Mia nonna diceva sempre che non si legge mentre si mangia, perché fa venire la nausea. Nulla vieta però che, tra un piatto di pasta e un'insalata, si possa parlare di libri e di lettura. In casa mia è diventata ormai un'abitudine parlarne quasi esclusivamente durante la cena, soprattutto da quando, per problemi di spazio, ho dovuto togliere il televisore dalla cucina. Attorno a una tavola apparecchiata possono succedere tante cose, come parlare di un romanzo appena letto, di un romanzo che non abbiamo proprio voglia di leggere o di un autore sconosciuto che però scrive cose interessanti, anche se folli. Ho scoperto che a tavola è possibile parlare di libri con più leggerezza».

I due mestieri. Che ci sia una contaminazione tra i due mestieri ce lo spiega Valerio Aiolli che, indossando il grembiule, mette in campo quel che ha imparato dalla scrittura: «Come quando scrivo cerco di evitare di assalire il lettore con effetti facili o con un eccesso di informazioni inutili, così quando servo cerco di stare attento a non rovesciargli addosso il piatto e di non lasciarglielo lì troppo a lungo quando ha finito».

Il cameriere narratore. Ma tutti spiegano che il loro compito, in fondo, è quello classico: portare i piatti ai tavoli sotto gli occhi attenti dei camerieri veri. E sempre secondo Aiolli, anche quello del cameriere è un lavoro di narrazione: «E' lui che racconta lo spirito del locale, è a lui che si affida chi viene lì a mangiare». Lorenzo Chiodi è il più giovane di questa brigata: «C'è tutto quello che amo della vita: amici, buon cibo, vino e narrativa». E perché non immaginarsi che, tra una portata e l'altra, questi camerieri-scrittori non riescano a contagiare la loro ispirazione e a rubare qualche prelibata ricetta?

Libri di ricette. «In cucina si lavora duro e concentratissimi - dice Chiodi - Più facile che la nostra produzione narrativa accolga influenze gastronomiche. Anche se, personalmente, ho già la pancia piena di letture con cuochi, ricette, buongustai e cose del genere». Leonardo Gori è convinto del fatto che uno scrittore metta nei suoi libri qualsiasi sua esperienza, e viceversa: «Le prime volte mi figuravo di essere John Fante... ma soprattutto ho verificato sul campo la nuova attività del mio personaggio ricorrente, il colonnello Arcieri, che nel nuovo romanzo in uscita, ha messo su con dei giovani amici una trattoria in Oltrarno, a Firenze. Indossare una camicia candida e un bel grembiule colorato, passando con i piatti fra i tavoli, quasi a passo di danza, è coreografia, è teatro. E' recitazione, è letteratura».

Piatti vegetariani. Anna Maria Falchi, invece, esclude di poter sottrarre qualche ricettina segreta: «Il cuoco è molto bravo e inavvicinabile, non credo che si farebbe influenzare facilmente. Purtroppo subisce il fatto che io sono vegetariana e per me e pochi altri è costretto a preparare anche piatti alternativi. Forse, magari in un prossimo romanzo lo ringrazierò per questo».

Marco Vichi, da parte sua, ha provato a fare entrare in cucina il suo commissario: «Abbiamo fatto una cena più o meno bordelliana, ma nelle altre serate abbiamo culinariamente divagato. Ma l'evoluzione di queste serate non è prevedibile. Devo solo portare i piatti e parlare con i lettori, ma ho sempre un calice di rosso nascosto da qualche parte». I luoghi segreti per i calici rossi, e per qualcosa in più, si trovano in quasi tutti i luoghi mangerecci della Toscana e chissà che questo esperimento, dal sapore decisamente letterario, non stia per dare inizio a un tour tutto toscano...