La sfida infinita è un’ossessione che mi appartiene

L’attore bergamasco, che vive in Toscana, sarà a Livorno con “I duellanti” di Conrad

Amici nemici. Alessio Boni e Marcello Prayer sono compagni di avventura già da tanto tempo, amano dividere il palcoscenico soprattutto quando si tratta di poesia. L'anno scorso hanno aperto la ventunesima edizione del Premio Ciampi a Livorno con “Amore scalzo” un viaggio nella musica e nelle parole della canzoni di Piero Ciampi. Ma da un po' hanno deciso di sfidarsi anche a duello. E grazie all'incontro con il drammaturgo aretino Francesco Nicolini e con Roberto Aldorasi che ha collaborato con Boni anche alla regia, eccoli impugnare la sciabola nel nome di Joseph Conrad.

Sono i protagonisti della versione teatrale di “I duellanti” racconto diventato famoso anche grazie al film di Ridley Scott (1977) con Keith Carradine e Harvey Keitel. Dopo il debutto al festival di Spoleto l'anno scorso, la tournée invernale li sta portando in giro per l'Italia. Dopo la Pergola a Firenze e il teatro Era a Pontedera arriveranno al Goldoni di Livorno mercoledì 16 e giovedì 17 marzo per chiudere la stagione organizzata da Fondazione Goldoni con la Fondazione Toscana Spettacolo.

Il lavoro vede in scena anche Francesco Meoni e la violoncellista Federica Vecchio. I due protagonisti sono andati a perfezionare le loro abilità di schermidori da Renzo Musumeci Greco, famoso maestro di scherma scenica che ha insegnato a incrociare le spade a tanti artisti e cantanti d'opera. E sarà Alessio Boni a impersonare il nordico Armand D'Hubert, uomo affascinante e misurato, trascinato - solo apparentemente suo malgrado - in una sfida che non finisce mai dal pari grado Gabriel Florian Feraud, francese del sud, guascone e rabbioso. Un duello sfibrante che dura vent'anni e che vede i due fare carriera nelle file dell'esercito napoleonico, ma anche vivere la disfatta in Russia fino alla restaurazione. Nella cornice della Grande Storia un'altra occasione per Conrad di indagare l'animo umano e le sue ossessioni.

Inutile dire che in questa storia Alessio Boni si è buttato a capofitto. Com'è scoccata la scintilla?

«A cena tra noi quattro. Nicolini mi ha detto: ho un monologo per te. Mi è piaciuto subito perché amo molto Conrad. Per come sa parlare della libertà dell'uomo, della sua essenza, in maniera pura e cristallina. Questo come tutti i suoi racconti è un viaggio, anche se per una volta all'orizzonte non si vede nessun battello né uno spruzzo di mare. Il lungo duello di cui parla ti insegna che qualsiasi cosa tu faccia nella vita a un certo punto la stoccata la devi dare. E la metafora più alta che c'è in questo racconto è che l'altro, il tuo nemico, è dentro di te. Solo all'apparenza si tratta di una faccenda di cappa e spada in realtà è la continua ricerca del minotauro che sta dentro di te. Nella regia ho pensato al duello come una danza che occupa tutto il palcoscenico».

Come reagisce il pubblico?

«È un po' una terapia di gruppo che noi attori facciamo insieme al pubblico. Escono annichiliti, straniti perché intravedono una ricerca molto profonda. Il tema del duo è importante per l'uomo fin da quando è piccolo. Due è molto più di uno: quando a un bambino di tre mesi gli fai le facce lui cerca di rifarle, l'uomo è un animale sociale, ha bisogno dell'altro, gli fa da pungolo».

Il duello per i due protagonisti diventa un'ossessione. Come si trova in questa dimensione?

«Anch'io sono abbastanza maniacale. Sono rigido con me stesso più che con gli altri. Solo con chi amo veramente posso essere altrettanto esigente. Non mi fanno paura le critiche perché sono ipercritico con me stesso. Deve essere un retaggio della mia cultura bergamasca. Non ho mai sentito mia madre dire: lasciamo stare. In famiglia si è sempre concluso quello che si iniziava. Mai lasciare a domani quello che si può fare oggi. Questa spinta a non mollare mai l'ho sempre avuta dentro».

Nella sua carriera qual è stata la sfida più difficile che ha dovuto affrontare?

«Essere Walter Chiari. Caravaggio e Puccini o altri personaggi che ho fatto, nessuno sa come erano in realtà, come parlavano, come si muovevano. Di Walter Chiari invece c'è ancora tutto: le interviste registrate, le fotografie, i gossip. Ho cercato di rivivere tutto compresa la parabola vertiginosa che è stata la sua vita: prima salire nell'Olimpo e poi cadere. Così facendo ho capito che era veramente un numero uno».

Lei è bergamasco di nascita però è toscano di adozione.

«È vero, abito in Valdichiana dove ho anche un uliveto. E ho scoperto che un mio avo, Onofrio Boni di Cortona, era un famoso architetto del 1700 che ha lavorato anche nella chiesa di San Francesco: c'è anche un epitaffio che lo ricorda, così come a Cortona c'è un palazzo Boni e un vicolo Boni. Dunque eravamo toscani, nobili e ricchissimi di famiglia, chissà poi come abbiamo fatto a mangiarci tutto: forse con il gioco e le donne. Sta di fatto che siamo diventati proletari e bergamaschi, una famiglia di piastrellisti per diverse generazioni».

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