Rap toscano, clic da record

Manu Phl fu visto come Eminem, oggi spopola Emanuele Bassi da Piombino

«Siamo jente di Toscana, dé si fa pe’ ride, ma ’un ci venire in ghigna prima di fa le sfide». Era il 2010 quando il pisano Manu Phl, al secolo Emanuele Flandori, presentava il suo rap toscano da quasi 500mila visualizzazioni su Youtube. Sei anni dopo, sempre col «si fa pe’ ride» sulle labbra, tocca a Emanuele Bassi, piombinese di 18 anni, diventare virale sulla rete con il suo pezzo in vernacolo livornese. Il ritornello sembra uno scioglilingua: «Ma ’un è mia mio è di un amio di un amia mia». Attira centinaia di migliaia di migliaia di click e commenti su Facebook. Ma resta la domanda che il ragazzo si pone all’inizio del video: «Ci sono rapper lombardi, romani, sardi, campani, salentini... ma toscani?».

Non esiste una scena rap vernacolare toscana, ma i precedenti hanno riscosso un successo-lampo. «Ero nella top ten italiana di Youtube: cioè, c’era Eminem, Rihanna, Shakira e poi c’ero io», ricorda Manu Phl, oggi trentenne e tecnico del suono in Salento. «Mi hanno proposto di fare un album intero in toscano, ma in quel momento volevo parlare a un pubblico più ampio. Poi mancavo dalla Toscana da quasi 10 anni. Magari se avessi accettato oggi canterei ancora nelle sagre, ma non era quello che volevo fare». L’esigenza di rappare in toscano, però, ha le sue ragioni stilistiche. «Io penso che ogni lingua - spiega ancora Manu- ti porti da una parte diversa facendo rap, il toscano è cantilenato ed è molto più musicale rispetto all'italiano. Hai tante parole tronche, come esercizio di stile è divertente». Proprio per questo Manu, che per un periodo ha pensato di smettere con la musica, uscirà a fine aprile con album dove tornerà al rap vernacolare, insieme ad altri colleghi di varie regioni. «Il messaggio sarà: sii fiero delle tue radici, ma non disprezzare quelle degli altri - spiega -. Era quello che volevo dire “Jente di Toscana”, ma qualcuno, leggendo i commenti, ha capito male».

Anche il pratese Blebla, che i genitori avevano chiamato Marco Lena, ha sperimentato il successo del rap dialettale. Il suo pezzo più noto è “Prato”, ma all’attivo ha già 4 album e diverse collaborazioni con rapper toscani e non. Con Manu Phl ha cantato “Granducato hip- hop”, dove c’è spazio per l’ironia anche su Jovanotti. «Si tratta del posto da dove vengo - sottolinea Marco al telefono - voglio tenere alta la bandiera e non scordarmi mai delle mie radici». Blebla, però, non si ferma alle canzoni: ogni secondo mercoledì del mese presenta la “Hip-hop night” all’Hard Rock cafè di Firenze. «Magari siamo in pochi a cantare in dialetto - precisa - ma una scena rap in Toscana c’è e come». E Firenze darà la possibilità ai giovani rapper di esprimersi: il 13 aprile è prevista una gara di free style con finale proprio all’Hard Rock Café.

Più strutturato sicuramente è il lavoro di Francesco Morini, 34enne che rappa in fiorentino col nome d’arte Millelemmi. «Utilizzo il dialetto - dice - perché è il modo in cui mi esprimo tutti i giorni e posso decidere se marcare più o meno le parole. Poi è una sonorità che è distinguibile e riconoscibile: è una questione di identità. Certo, bisogna stare attenti a non cadere in macchiette folkloristiche o campanilismi». Dall’album “Nosocomio” a “Cortellaha” il suo repertorio è vario e passa da un registro più elevato a uno più diretto e tagliente. «Ho fatto una canzone sul panino al lampredotto - prosegue - dove dico che sono di Firenze perché magari non c’erano stati ancora rapper affermati che lo avevano fatto. Oltre alla toscanità divertente e simpatica, però, c'è un background di scrittura di storia e di rime, che ha insegnato a tutto lo stivale».

Anche Millelemi ha in cantiere un nuovo album e su Youtube è possibile trovare un’interessante esperimento: la fusione tra il modo di cantare rap e la musica di una jam session jazz. «L'hip hop nasce dalla musica nera, più originariamente dal funk, che però comprende tutte le varie evoluzioni che la musica nera ha avuto nella storia», conclude.

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