Cari compagni quanta differenza c’è fra il mito e la realtà

Nel saggio che sarà presentato domani a Livorno il prof. Andreucci ricostruisce settant’anni di storia del Pci

La storia è un piatto che si consuma freddo. Un quarto di secolo dopo, le pagine di giornale che raccontarono la caduta del muro di Berlino sono ingiallite, e le grandi passioni che animarono l’ideale comunista si sono stemperate. Raccontare la storia del più grande partito Comunista del mondo occidentale, quello italiano, si può. Con il distacco necessario, ma anche con il know how di chi quell’esperienza l’ha vissuta in prima persona, e da dentro.

Il professor Franco Andreucci rilegge l’epopea della falce e martello nel suo "Da Gramsci a Occhetto - Nobiltà e miseria del Pci 1921-1991" (Della Porta editori, pgg. 468, prezzo 20 euro). E racconta una vita difficile, quella lunga 70 anni di un partito cresciuto in clandestinità, maturato all’ombra amica ma inquietante dell’Unione Sovietica, martoriato dal ruolo di alternativa impossibile o comunque tutta da inventare in un Paese di confine e quindi strategico fra Patto Atlantico e Patto di Varsavia. E capace di incarnare un sogno per milioni di italiani: quelli che vendevano l’Unità ai semafori, che spendevano le ferie lavorando alle feste dell’Unità, che guardavano alla grande madre Russia come all’ultima Shangri-la. E che magari dopo aver toccato con mano, fortunati protagonisti di viaggi oltrecortina, la quotidianità sovietica, rimuovevano la realtà e ai compagni raccontavano che sì, è proprio quello il paradiso.

Il saggio di Andreucci racconta con ritmo quasi cinematografico la storia del Pci dalla sua fondazione il 21 gennaio del 1921 fino allo scioglimento, il 3 febbraio 1991. Da Gramsci a Berlinguer passando per Togliatti rivivono gli anni della clandestinità sotto il fascismo, la Resistenza e la nascita dell’Italia repubblicana, il cordone ombelicale con Mosca e i sogni destinati a diventare incubi, le divisioni degli anni cinquanta, le grandi speranze dei settanta fino all'eurocomunismo.

Franco Andreucci, nato a Certaldo 72 anni fa, dal 1976 è docente di Storia contemporanea alla facoltà di Lettere Moderne all'Università di Pisa. Oltre a essersi occupato per tutta la vita di storia del socialismo e del marxismo, ha militato per 25 anni nel Pci.

Una ventina d’anni fa Andreucci ritrovò negli archivi sovietici e pubblicò una lettera di Togliatti sui prigionieri dell'Armir: Il “Migliore” non ne usciva bene, il suo cinismo e la sua passiva accettazione dei diktat di Stalin sulla vicenda erano evidenti. Lo storico toscano all’epoca finì in un mare di polemiche.

Oggi il suo nuovo libro parla di miseria e nobiltà del Pci. Fra le miserie Andreucci mette la stalinizzazione del partito e il Togliatti alfiere dello stalinismo più rigido anche dopo il 1956.

Fra le nobiltà, l’antifascismo clandestino e la Resistenza, la posizione presa contro il terrorismo negli anni di piombo, l’amministrazione nelle regioni governate dal Pci. Posizioni ben definite, frutto di conoscenza diretta dei fatti e di grande competenza in materia. Documentate e raccontate con penna brillante e senza un filo di astio per le polemiche passate, ma con grande affetto per la base dei comunisti italiani, milioni di persone che credettero nel modello sovietico prima e nella via italiana al comunismo poi, e si impegnarono per tutta la vita per realizzare il sogno.

Il viaggio di Andreucci parte dai due autori che in passato ne avevano percorso la storia: Paolo Spriano ed Ernesto Ragionieri. Entrambe erano però membri del Comitato centrale del Pci, e in quanto tali contribuirono a costruire la mitologia di Botteghe Oscure, col partito impegnato a realizzare la via italiana al socialismo e pronto a rivendicare una sostanziale autonomia dallo stalinismo prima e da Mosca poi.

Mitologia appunto, secondo il prof toscano. Che anche su Berlinguer non si lascia andare ai facili entusiasmi né indulge alla beatificazione di un personaggio amatissimo da tutta la sinistra italiana ancora oggi a 30 anni dalla morte.

Il giudizio sul leader sardo non è esattamente positivo. Lo “strappo” da Mosca, figlio di una stagione complessa e contraddittoria nei rapporti, sarebbe stato tardivo e poco convinto, misurato nelle critiche al socialismo reale bilanciate da una presa di distanza netta dalla socialdemocrazia. E la pretesa diversità, così come prospettata dall’ultimo leader carismatico del Pci si sarebbe rivelata astratta e incapacace di tradursi in un’alternativa reale. Così che la questione morale svuotata di contenuti era poco più di un’inutile etichetta.

Domani alle 17,30 alla Libreria Belforte di Livorno il professor Franco Andreucci presenterà il suo libro. Interverranno Eva Giovannini (inviata Rai per la trasmissione Ballarò), Enrico Mannari (direttore scientifico della Fondazione Memorie Cooperative) e il direttore del Tirreno Omar Monestier.