Cave, ferma la legge che deve cancellare la proprietà privata

Forza Italia accusa: esproprio proletario. Discussione bloccata in commissione. Avanti lentamente il piano del paesaggio

Qualche battaglia sulle cave Anna Marson la potrà anche vincere. Il governatore Enrico Rossi fa da spalla all’assessore ambientalista con il proprio emendamento alla tutela delle Apuane: niente nuove discariche (i ravaneti). Le gallerie sono equiparate, ovunque, a nuove attività, anche se sono “varianti” a cave esistenti. Ma la guerra è persa: nessuno toglierà mai le cave di marmo di mano ai privati. La riforma del Testo unico rischia di restare al palo.

Non la vuole approvare nessuno, malgrado Rossi continui a ripetere che sarà votata insieme al piano del paesaggio. I fatti dicono altro. La commissione Sviluppo economico che ieri doveva esaminare la legge ha rimandato tutto alla prossima settimana. Forza Italia, però, ha presentato i suoi emendamenti per smontare la riforma che - denuncia - è peggio di un «esproprio proletario». Il nuovo articolo 32 della legge, infatti, prevede che le cave iscritte al Catasto come “Beni estimati” in virtù dell’editto della duchessa Malaspina del 1751 - e da allora tramandati e venduti come proprietà private - appartengono al «patrimonio indisponibile del Comune di Carrara». Perciò devono tornare nella disponibilità dell’ente locale durante una fase transitoria che può durare fra i 7 e i 20 anni.

«L’intento di questa legge è di espropriare le cave (il 35% delle cave) ai privati - accusa Forza Italia - senza neppure prevedere un indennizzo. Previsione in contrasto con la Costituzione che tutela la proprietà privata. Falso motivare questa decisione statalista con i bassi introiti generati dal settore estrattivo perché negli ultimi dieci anni i contributi del comparto nelle casse del Comune di Carrara sono passati da 5 a 18 milioni». Inoltre, Forza Italia contesta anche la durata della concessione (20 anni) stabilito dal nuovo Testo unico e le norme transitorie «per le concessioni in atto, insufficienti a tutelare gli investimenti non ammortizzati». In una parola, per il centrodestra, quella proposta dalla Regione sarebbe una riforma «comunista». Ma modo di discuterla non c’è stato. Proprio per il rinvio alla prossima settimana, mentre si sta ampliando il partito - trasversale - di chi vorrebbe rimandare l’approvazione del Testo Unico a dopo le elezioni. Anche se Rosanna Pugnalini, presidente della commissione Sviluppo Economico assicura: «Sto lavorando per portarla in aula entro fine legislatura». Proposito arduo, a discussione neppure avviata.

Almeno sul piano del paesaggio, la commissione Ambiente e Territorio ha iniziato ad approvare i primi articoli del testo che il 10 marzo dovrebbe essere votato in modo definitivo in aula. Oggi la maggioranza di centrosinistra si confronta sulle questioni spinose, ma il presidente della commissione Ambiente, Gianfranco Venturi, ha riconvocato le sedute a getto continuo per mercoledì e giovedì, mattina e pomeriggio, a getto continuo. E trovare un’intesa non sarà difficile, visti gli emendamenti molto simili tra FI e Pd. FI punta soprattutto a ottenere due risultati: il primo (in comune con il Pd) è di sottrarre a iter straordinari le domande per attività estrattive pendenti al momento dell’approvazione del nuovo piano; il secondo è la possibilità di far decidere ai Comuni quali interventi di escavo (al di fuori delle aree vincolate) sottoporre a valutazione di impatto ambientale, compresi gli ampliamenti delle cave. Il compromesso suggerito dal Pd, in particolare dal governatore Rossi, era di sottoporre a procedura straordinaria anche tutti gli ampliamenti e le varianti che comportassero un aumento del 30% dell’attività autorizzata. Secondo Nicola Nascosti di Forza Italia non c’è da legarsi a una percentuale, ma al tipo di intervento. Tuttavia, Rossi insiste per inserire una norma di salvaguardia: «Sino all’approvazione dei piani attuativi dei bacini estrattivi e comunque entro un termine di due anni sono consentite, previa positiva valutazione paesaggistica, ampliamenti volumetrici delle attività estrattive all'interno del perimetro autorizzato, purchè relative ai quantitativi trattabili o lavorabili in due anni, e comunque non superiori al 30% di quanto consentito dall’autorizzazione vigente alla data di approvazione del piano paesaggistico». Così parte la norma. Poi bisogna vedere come arriverà.