NERONE, IL NUOVO E IL VECCHIO DI UN GENIO ORMAI STANCO

di FULVIO VENTURI * “Nerone”, l'ultima opera di Pietro Mascagni, rappresentata alla Scala nel gennaio 1935, tocca gli ottanta anni. Molti videro in essa l'omaggio alla Roma imperiale in ossequio al...

di FULVIO VENTURI *

“Nerone”, l'ultima opera di Pietro Mascagni, rappresentata alla Scala nel gennaio 1935, tocca gli ottanta anni. Molti videro in essa l'omaggio alla Roma imperiale in ossequio al regime fascista, giudizio che pare oggi affrettato. In realtà Mascagni iniziò a pensare a "Nerone" tanti anni prima, verso il 1893. Il progetto fu abbandonato solo perché Arrigo Boito stava già componendo un'opera dall'identico soggetto, ma Mascagni non abbandonò l'idea di ambientare una sua partitura nella classicità del mondo latino. Nel marzo 1899, all’apogeo della fama, annunciò che stava componendo una nuova opera, "Vistilia", e nel corso di un banchetto dette anche qualche anticipazione al pianoforte. Era questa l'opera di ambientazione romana di Mascagni.

Si trattava di un soggetto tratto dall'omonimo racconto di Rocco de Zerbi, politico con la passione della scrittura, morto suicida sei anni avanti per sottrarsi alla vergogna dello "scandalo" della Banca Romana nel quale si era trovato pesantemente invischiato. Nondimeno elegante pagina di letteratura estetizzante questa "Vistilia", storia di amore e di morte fra una infedele matrona romana di famiglia pretoria ed un fascinoso cavaliere togato, ispirata dagli Annales di Tacito, ambientata "sulla riviera mediterranea presso Partenope" al tempo di Tiberio e tipica della temperie eclettica di fine Ottocento.

Sappiamo che per un certo periodo Mascagni si dedicò intensamente a questo progetto, portando la composizione a un livello avanzato e, quando nel gennaio 1900 l'editore Belforte pubblicò a Livorno il libretto, ancora una volta redatto a quattro mani da Giovanni Targioni Tozzetti e Guido Menasci, tutti pensarono che la nascita di "Vistilia" fosse imminente, ma non fu così.

Con il senno di poi diremmo che si trattò di un'occasione perduta. Il libretto, che guarda alla metrica del miglior Carducci, quello finissimo e classicheggiante delle Odi Barbare, da Roma alle Fonti del Clitumno, da Cèrilo a Ruit Hora, è senz'altro la fatica migliore del duo Targioni Tozzetti/Menasci e Mascagni, appena conclusa la composizione della bella "Iris" (1898), si trovava in un periodo felicissimo. Ma, al pari di altre vicende mascagnane, "Vistilia" era inspiegabilmente destinata a non vedere la luce. Scese così il silenzio dopo Isabeau (1911).

Passarono venti anni e Mascagni si trovò in ambasce. Il tempo era trascorso e ormai a lui si guardava come a un sopravvissuto, il testimone vivente di un'epoca morta. Dopo la prima guerra mondiale erano accadute cose che avevano mutato la società ed anche in arte tutto era cambiato, inutile cercare le eleganti volute d'inizio secolo fra gli spigoli dei cubisti, oppure la melodia fra le dissonanze dei giovani musicisti. Mascagni si mise a guardare indietro, a frugare fra i progetti irrealizzati. Così, dopo aver dato "Pinotta", adattamento di una sua operina degli anni del conservatorio (Sanremo, marzo 1932), prese di nuovo corpo l'idea di riutilizzare le musiche della mai ultimata "Vistilia" per comporre un "Nerone", abbandonando l'ambientazione partenopea di De Zerbi in favore di quella capitolina di una dimenticata commedia di Pietro Cossa. Così nacque "Nerone". Mascagni affidò la redazione del libretto al poeta Arturo Rossato. Nel corso dei lavori tale cura passò poi a Giovanni Targioni Tozzetti che tra la vista e la morte (avvenuta il 30 maggio 1934) riadattò la versificazione carducciana di "Vistilia" sul soggetto di "Nerone".

Ma che opera è "Nerone? Per Mascagni è una sorta di testamento artistico, una summa della sua attività e lascia che le parti composte molti anni prima convivano con quelle di nuova fattura. È l'ennesima operazione contro corrente di questo eterno polemista.

Opera estetizzante e ripiegata su se stessa, malinconica, senza retorica, senza concessioni inneggianti alla grandezza di Roma, "Nerone". Una revisione degli anni d'oro, il lavoro di un giovane visto con le lenti della vecchiaia. Nel Mascagni di fine carriera gli ardori declinano verso rose sfiorite, verso frutti troppo maturi, verso figure protese nella lunga ombra. Non c'è spazio per le enfasi di regime. La forza solare del giovane si muta nella notte insonne, nella stanchezza senza fatica del vecchio.

Mascagni ripose consistenti speranze in "Nerone" e per questa sua ultima opera (provata ed allestita musicalmente nel quartier generale livornese del Grand Hotel Corallo nei mesi di agosto e settembre 1934) mise insieme una specie di nazionale canora composta da Aureliano Pertile, il più poetico dei tenori italiani, dai soprani Lina Bruna Rasa e Margherita Carosio, dal baritono Apollo Granforte, dal basso Tancredi Pasero. Tutti fuoriclasse.

. *(critico musicale e scrittore)