L’epica, la storia e il re del Terriccio

Gian Annibale Rossi di Medelana mentre assaggia il vino nella barriccaia

Qui la Repubblica Pisana osservava gli sbarchi saraceni. Qui Rossi di Medelana produce bottiglie al top nel mondo

Gian Annibale Rossi di Medelana siede alla scrivania dando le spalle a una parete zeppa di diplomi. È una scelta casuale, non ha niente a che vedere con il feng-shui o con lo snobistico disprezzo verso i simboli che per taluni umani hanno un valore smisurato. Lui, Pucci per gli amici più stretti e i parenti più vicini, li ha incorniciati con gusto e sobrietà per disporli con precisione geometrica, badando bene a rispettare le distanze tra i lati di ciascuno. Il suo ufficio sembra un'aula di scuola. C'è persino una lavagna. Scusi, dottore, a cosa le serve? «Per spiegare. Quando viene qualcuno a trovarci e bisogna illustrare, ad esempio, un vitigno, un conto è scrivere cabernet sauvignon su un foglio che pochi riescono a vedere, altro è usare il gessetto e farlo scorrere su quella lastra quadrangolare di ardesia». Il dottor Gian Annibale racconta con parole semplici ciò che i sacerdoti del vino dicono con frasi fatte e piene di tecnicismi barocchi. D'altronde può permetterselo. Il suo Castello del Terriccio è ormai nel novero delle aziende vinicole più blasonate al mondo e quando ci si arriva, dopo aver percorso una strada che sembra perdersi nel tempo oltre che nella bellezza originaria della campagna toscana, ci sono almeno tre cose da imparare. La prima si rintraccia nella storia. Qui, sulle alture tra Cecina e Rosignano, la Repubblica Pisana istituì un importante punto di avvistamento contro le scorribande dei saraceni. Quando arrivavano, la gente si rinchiudeva nel castello e aspettava il cessato pericolo. La seconda sta nel vino, anzi nei grandi vini che vi si producono, in primis il Lupicaia e l'omonimo Castello del Terriccio, che negli ultimi lustri hanno mietuto successi, conquistato mercati, fruttato diplomi. La terza sta nell'uomo, nel patron che si porta appresso un nome importante e una vita rocambolesca.

Sulla scrivania è posata una copia dell'Iliade tradotto da Vincenzo Monti. Cosa c'entra con il vino? «Mi piace tornare nel mondo vecchio. Bisogna uscire dalla vita di tutti i giorni, altrimenti si diventa matti». E poi, con il sorriso appena accennato: «Mica si può soltanto vivere di Lsd…» Cosa? Si riferisce all'acido lisergico, alla sostanza sintetizzata in laboratorio e usata da eserciti di psichedelici che nei Settanta finirono per divorarsi le cellule cerebrali? Il sorriso si allarga: «No, cos'ha capito... Ho 73 anni e ai miei tempi l'acronimo Lsd stava per soldi, mescolando i sistemi monetari inglese e americano: la £ per pound, la s per shilling e la d per dime. Ovvero, non si può vivere solo per il denaro. Quindi esco da questa dimensione e mi immergo in un mondo dove non ci sono morti per cancro, ma solo di veleno, di pugnale, in certi casi per impiccagione…»

In verità quassù al Castello del Terriccio, al centro di una tenuta di 1600 ettari senza contare il bosco, il brusio frenetico del mondo neppure si sente. Di ogni cosa si avverte a malapena il fruscio, simile a quello dei pesci che nuotano nell’acquario. Gian Annibale Rossi di Medelana ereditò tutto da un prozio, il conte Giovanni Serafini Ferri, quando l'azienda era campione per le produzioni cerealicole e contava 63 famiglie di mezzadri: «Il luogo mi piaceva e, al momento di dividerci i beni, compensai . i miei fratelli. Ma dovevo trovare un valore aggiunto per pagare le famiglie mezzadrili. Lo individuai nel vino. Forse l'elemento scatenante fu quando mi ruppi la schiena». Successe infatti che cadde da cavallo. Stava in sella a Zarathustra, quando il puledro arretrò per un cane uscito all'improvviso da un cespuglio, inciampando in un fosso. Ricoveri e cure in Italia e all'estero non gli evitarono la sedia a rotelle ma quell'episodio, spiega, dette una forma inconsueta all'energia che aveva dentro. La canalizzò. Fino ad allora la sua vita era stata avventurosa a dir poco. Prima in Kenya a dirigere un'azienda agricola, poi negli alpini per il servizio militare, quindi in Australia come “jackaroo”, il precursore di ciò che sarà il precario italiano, la persona che va in giro a cercare i lavori più disparati. Si ritrovò operaio in una miniera di rame, addetto al trenino che arrivava fino a 1800 metri di profondità, dove lavorava 12 ore al giorno. La sera faticava per scrollarsi di dosso la polvere marrone-rossastra che lo copriva. Con l'altra parte del mondo ha conservato un trait d'union, un filo invisibile eppure resistente: i suoli del Terriccio sono pieni di ferro e rame, metalli che oggi conferiscono ai vini una grande mineralità. «Se le mie etichette hanno rinomanza mondiale, il merito è del Padreterno - spiega Rossi di Medelana -. Queste terre sono protette dal libeccio e dal maestrale e quando in estate il vento arriva da sud, le isole provocano il cosiddetto "Effetto Venturi". Ciò produce sapidità e innalza il "dew point", il punto in cui la goccia di rugiada si scioglie e vaporizza. Tanti, benevoli fattori si combinano con la luminosità, che ha un effetto migliore rispetto a quello del sole diretto. Ciò spiega perché il 2003, quando la temperatura molto elevata produsse vini marmellatosi, per noi fu una buona annata».

La fortuna dei grandi rossi del Castello del Terriccio, oltre che alla cura dei vigneti e alla bravura dei tecnici in cantina, va dunque attribuita al terroir. E alla grande estensione della tenuta, che favorisce la ricerca degli appezzamenti più vocati alla coltivazione della vite. «Sono affezionato al Lupicaia - aggiunge il dottor Gian Annibale -, un vino di chiara ispirazione bordolese. Però del Castello sono innamorato. È un rosso mediterraneo. A fine anni '90, accompagnato dall'esperto monsieur Bovet, andai in Francia, vicino a Chambery, a cercare i ceppi giusti da una miriade di pépinières (vivaisti). Assaggiammo un centinaio di vini e scegliemmo tre vitigni: syrah (che forse non lo è), morvedre e un cabernet sauvignon specifico delle zone del sud, che regala vini più vellutati e dolci. Mi consenta: più “puttani”. Così nacque l'omonimo Castello del Terriccio. I bianchi? Sono un alimento, li faccio soprattutto per me. Se devo scegliere, vado sui friulani o sugli altoatesini».

La chiacchierata va avanti che è un piacere. Da esplorare ci sarebbe anche la genesi del Tassinaia, il rosso di seconda linea che molte aziende eleggerebbero a portabandiera. Ma il tempo stringe. E allora, dottor Rossi di Medelana, mi dica: quali sono i suoi più grandi errori? «Devo risponderle di getto? Bene. Il primo è di non essermi dedicato alla politica locale. L'avessi fatto, la mia azienda se ne sarebbe giovata. Il secondo: essermi rotto la schiena. Fui io a sbagliare, cavalcavo pensando ad altro. La mia attuale situazione è scomoda e costosa, un’autentica seccatura». Nessuno faticherà a crederlo.

@amvalentini

©RIPRODUZIONE RISERVATA