Inquinò la Terra dei fuochi Re Mida va a processo

Arrestato in Versilia, Cardiello si vantava di trasformare in oro la spazzatura È accusato di aver portato in Campania fanghi conciari e compost da Massarosa

Avrebbe contribuito a trasformare la Campania nella pattumiera d’Italia. A inquinare terreni agricoli a Giugliano e nel casertano. Con i fanghi tossici delle concerie di Santa Croce. E il compost “grigio” - non adatto a concimare i campi - prodotto nell’impianto di selezione di Massarosa. Un traffico illecito da 40mila tonnellate di rifiuti in poco più di sei mesi. Un business da 3,3 milioni nellaTerra dei fuochi controllata dal clan camorristico dei Casalesi. Per questo, a dieci anni dall’arresto in Versilia, a Marina di Pietrasanta, è ancora sotto processo Luigi Cardiello. E oggi si ripresenta in aula l’imprenditore conosciuto “nel giro” come il Re Mida dei rifiuti. L’uomo che trasforma «la spazzatura in oro. Sono come il 118: arrivo e sistemo tutto».

Traffico illecito di rifiuti. Le accuse a suo carico sono gravi: disastro colposo ambientale e associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito dei rifiuti. Basato sul sistema del giro bolla. Rifiuti speciali entrano tossici in impianti di trasformazione ed escono, senza essere stati toccati, con i documenti in regola per essere smaltiti nei terreni agricoli o nelle cave. Documenti in regola, dunque, ma alto potenziale inquinante e grandi quadagni per l’organizzazione.

Tante inchieste, niente condanne. Solo per il reato associativo ancora non è scattata la prescrizione per Cardiello, in dieci anni al centro di vari processi come intermediario di attività di smaltimento di spazzatura in transito o in partenza della Toscana. Dall’inchiesta madre “Cassiopea”, infatti, è uscito senza condanne grazie alla prescrizione; dal processo per il traffico illecito dei rifiuti speciali smaltiti come fertilizzanti, dopo un fittizio trattamento in un impianto di Magliano Sabina, è uscito con una condanna a tre anni in primo grado, condonata dall’indulto. Ora, affronta, il processo Re Mida.

Le accuse dei pentiti. Avendo un nuovo carico sulle spalle. Il fatto che molti collaboratori di giustizia lo indicano come persona coinvolta nel traffico dei rifiuti dalla Toscana alla Campania.

Di Cardiello parla Gaetano Vassallo, il “ministro dell’Ambiente” di Francesco Bidognetti, ideatore del “business” con Francesco “Sandokan” Schiavone. Un affare che già all’inizio degli anni Novanta frutta alla camorra una tangente, in media, di 15 lire per ogni chilo di spazzatura smaltito abusivamente in cave e terreni agricoli. Roba da «700 milioni (di lire) al mese». E il 7 ottobre 1997, Carmine Schiavone, altro pentito, ricostruisce per la commissione bicamerale sulle Ecomafie: «Il traffico l’avevano iniziato mio cugino Sandokan e Francesco Bidognetti, insieme a un certo Gaetano Cerci, che aveva già intrattenuto rapporti con dei signori di Arezzo, Firenze, Milano e Genova. .....Ecco perché mi fu detto che avremmo avvelenato le falde acquifere (con lo smaltimento dei rifiuti, ndr)».

La Toscana che inquina. In quella seduta Carmine Schiavone specifica che tra i rifiuti mandati vi erano «fusti provenienti da fabbriche della zona di Arezzo: si trattava di residui di pitture, solventi. Ma i rifiuti venivano anche da Massa Carrara, da Genova, La Spezia, Milano. E vi sono molte sostanze tossiche come fanghi industriali, rifiuti di lavorazione di tutte le specie, tra cui quelli provenienti da concerie». E Vassallo - come si legge in una relazione parlamentare della scorsalegislatura - riferisce che «degli smaltimenti provenienti dalle concerie toscane nella discarica di Chianese erano mediati da Luigi Cardiello, sotto il controllo del gruppo casalese» già negli anni 90.

Il giro bolla. L’inchiesta Re Mida esplode qualche anno dopo. Cardiello viene arrestato, con un imprenditore viareggino e un lucchese, con l’accusa di aver partecipato a organizzare un traffico di rifiuti verso la Campania tra il 2002 e il 2003. Per la procura di Napoli, all’epoca Cardiello, come titolare di General eco, impresa di “intermediazione dei rifiuti», avrebbe messo in contatto consorzi con rifiuti da smaltire e gestori di impianti di trattamento o siti autorizzati ad accogliere la spazzatura. Prima di arrivare a destinazione, però, i rifiuti sarebbero passati da impianti di stoccaggio o di trattamento “compiacenti”: qui la spazzatura, anche senza essere lavorata, avrebbe ottenuta il codice per poter essere smaltita come compost (concime per i campi) o come materiale inerte da utilizzare come riempimento per le cave.

I fanghi conciari. Il sistema del giro bolla avrebbe seguito un itinerario semplice, secondo l’accusa: General Eco avrebbe ricevuto da una ditta di Bergamo i rifiuti triturati provenienti dal consorzio di smaltimento Milano Pulita e da Tev (gli amministratori delle società sono imputati, ndr). Da Santa Croce arrivavano, invece, i fanghi tossici destinati alla Campania: senza essere trattati, con una documentazione ritenuta falsa, venivano smaltiti come concime nei terreni agricoli di Villa Literno, Cancello Arnone, Casal di Principe. Quelli versiliesi, invece, erano indirizzati a un impianto di Tivoli, gestito da una società di Viareggio, per essere “trattati” (ma solo sulla carta) prima di essere spediti in una cava di Giugliano come materiale adatto al «risanamento ambientale». Invece sarebbero stati inquinanti puri. Così sostiene l’accusa. Che oggi si prepara a sentire un altro collaboratore di giustizia: Domenico Bidognetti, cugino di Francesco. Un altro passo avanti, per evitare la prescrizione. Ma il processo è ancora in primo grado.