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Aniello Arena: la mia storia leggetela ai ragazzi

L’attore superpremiato del carcere di Volterra ha scritto un’autobiografia: «Non fate come me»

VOLTERRA. Due vite in un’autobiografia. Prima scugnizzo che si fa camorrista a Barra, quartiere degradato di Napoli. Poi le resurrezioni. Da carcerato a star del cinema. E ora scrittore per dare voce alla speranza. «Nel carcere di Volterra ho sotterrato l’ergastolano. Il teatro mi ha regalato un cervello. E quando cambi non torni più indietro». Attore impeccabile, lodato, Aniello Arena, 45 anni, ha trovato nel teatro di Armando Punzo, che dirige la Compagnia della Fortezza di detenuti-attori ...

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VOLTERRA. Due vite in un’autobiografia. Prima scugnizzo che si fa camorrista a Barra, quartiere degradato di Napoli. Poi le resurrezioni. Da carcerato a star del cinema. E ora scrittore per dare voce alla speranza. «Nel carcere di Volterra ho sotterrato l’ergastolano. Il teatro mi ha regalato un cervello. E quando cambi non torni più indietro». Attore impeccabile, lodato, Aniello Arena, 45 anni, ha trovato nel teatro di Armando Punzo, che dirige la Compagnia della Fortezza di detenuti-attori, un mezzo di riscatto, un modo per coltivare la sua intelligenza, per diventare forte. «Per salvarsi», come dice lui. Il tutto raccontato nell’autobiografia “L’aria è ottima”, scritta a 4 mani con Maria Cristina Olati, che uscirà in libreria mercoledì per i tipi Rizzoli, nella collana Controtempo.

Arena ha una certezza. È scritta nero su bianco nelle pagine del suo libro d’esordio. «Non è vero che siamo tutti uguali e a tutti vengono date uguali possibilità. Ci sono luoghi in cui il sole non batte e tu ci impieghi una vita di sbagli a trovarlo». Lui, il suo “sole” lo ha trovato dopo una vita al buio, a Volterra. Dopo una spirale d’errori, che si chiude con l’ergastolo per omicidio: era l’8 gennaio del ‘91, il giovane camorrista napoletano, aveva 23 anni e fu coinvolto nella strage di piazza Crocelle a Barra. Morirono tre persone. «Quando mi è stato proposto di scrivere della mia vita non mi andava di mettermi in piazza», dice. «In testa però era un susseguirsi d’immagini. Vedevo il libro nelle mani degli operatori che lavorano nelle periferie di Napoli. Li vedevo spiegare a dei ragazzini alcuni passaggi della mia vita: era un ragazzo come voi. Vedete dove è finito scippando. Ha avuto un ergastolo. Non guardate che ora ha scritto un libro e che lavora al cinema. Pensate a quello che ha sofferto». Il buio si fa luce. «È un modo per parlare del carcere, dove le persone si devono salvare ma possono farlo solo dando loro un’altra possibilità. Altrimenti è un rimedio peggiore del male che dovrebbe curare».

Come inizia la storia? «C’è un ragazzino, come ce ne sono tanti giù. In genere si perdono e alla fine si ritrovano in carcere o al cimitero. A meno che uno se ne vada. Io crescevo affascinato dai malavitosi, senza saperne il marcio. Dopo la quinta elementare ho smesso la scuola e mi sono perso. A diciotto anni e mezzo sono entrato a Poggio Reale. Un carcere che non ha niente di rieducativo, genera mostri. Sei messo nella condizione di provare odio verso le istituzioni. Stai chiuso 22 ore in una cella con due sole ore d’aria. Otto persone in quattro metri quadrati». La vita di Aniello è lontano da Napoli, ma il suo libro guarda al meridione. «È una realtà diversa dal nord. E non è una giustificazione. Nelle carceri trovi 90 meridionali e 10 del nord. Non solo del Sud Italia ma del sud del mondo. Non tutti hanno pari possibilità. Al nord il modello per un ragazzino può essere un calciatore e per una ragazza la velina. A Napoli sembra che sia il camorrista e per la ragazze diventarne la moglie. Quanti Maradona possono nascere se non sono seguiti e si perdono? Al sud su 10 bambini 8 si perdono e due si recuperano. Al nord le cifre s’invertono».

Oggi, grazie all’articolo 21 del Codice di procedura penale, Arena è in regime di semilibertà: lavora dirimpetto al carcere a Carte Blanche, l’associazione della Compagnia della Fortezza. Qui 10 anni fa ha iniziato a recitare. E la sua vita mutilata è diventata un’altra cosa. «Ai ragazzi che rischiano di perdersi dico di andare a scuola, di avvicinarsi all'arte. Io sono nato due volte. Il teatro e il cinema mi hanno partorito di nuovo».

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