Minacciato di morte per il mio lavoro

Lo sfogo dell’ex responsabile delle valutazioni d’impatto ambientale della Regione a un dibattito sulla difesa del paesaggio

CASTELLINA MARITTIMA. Fabio Zita, uno dei più alti dirigenti della Regione Toscana, prende la parola poco prima della mezzanotte: «Sono parte lesa in due inchieste. Una è stata attivata per le minacce di morte che io e la mia famiglia abbiamo ricevuto. Ma so di aver firmato ogni atto con scienza e coscienza. Sono anche stato trasferito contro la mia volontà». L’architetto ammutolisce la platea dell’Ecomuseo dell’alabastro di Castellina Marittima, ancora folta per l’intervento del professor Salvatore Settis al convegno sulla difesa del paesaggio. Fino a quel momento Zita è stato la controparte naturale dell’assemblea, formata da ambientalisti e paesaggisti convinti, che l’hanno bersagliato di critiche sul nuovo porto di Marina di Cecina e sull’invaso di Puretta, non lontano da Volterra: «Sono andato a Castellina perché ormai l’avevo promesso - spiega al telefono -. L’argomento era più attinente alla parte politica che a quella tecnica, ma l’assessore Marson è in ferie e così l’ho sostituita». Dev’essersi sentito vittima di una beffa, lui che in Regione ricopriva il ruolo di dirigente del settore Via (valutazione d’impatto ambientale) e che senza il suo assenso è stato spostato - nell’estate 2012 - all’ufficio paesaggistico. E che prima di allora aveva ricevuto minacce di morte estese alla famiglia, naturalmente riferite alla sua attività professionale: «È la prima volta che lo dico in pubblico - racconta -. Ma è una cosa che risale a tempo fa. Riferii tutto all’allora presidente Martini, che attivò la procura. Però le indagini sono ancora aperte ed è bene che non aggiunga altro».

Il trasferimento dell’anno scorso non mancò di suscitare polemiche. Benché la decisione fosse inserita in un piano di riorganizzazione delle deleghe sancito con decreto del presidente della giunta regionale, Enrico Rossi, l’attenzione si appuntò sul parere negativo che l’architetto aveva espresso sulla decisione di ammassare i terreni, residuo dello scavo del cantiere Tav di Firenze, nella miniera di Santa Barbara a Cavriglia, in provincia di Arezzo. Per lui erano rifiuti speciali e come tali andavano trattati: questo ribadì ai giudici che l’ascoltarono come persona informata sui fatti nell’ambito dell’inchiesta sulla Tav fiorentina, nella quale figurano 31 indagati. «Ho fatto il mio dovere solo per il bene della collettività. Chi ha sbagliato, deve pagare», ebbe a dichiarare al momento del sequestro della “talpa” Monna Lisa.

Nel caso in cui siano riscontabili errori nella valutazione d’impatto ambientale sul porto di Cecina Mare, saranno i responsabili a rispondere dell’erosione costiera: «Quando, nel 2009, ho chiesto alla giunta regionale la chiusura del procedimento di “Via”, ero reduce da due anni di approfondimenti compiuti dalle università - spiega a una platea nervosa e silenziosa -. L’ho fatto solo dopo aver chiarito l’obbligo perenne del gestore a provvedere ai ripascimenti e alla manutenzione continua della costa cecinese, e comunque alla fine di mille integrazioni e approfondimenti. È un’opera impattante perché costruita su un litorale sabbioso, ma il disco verde è stato dato solo di fronte a garanzie formali dei tecnici: se qualcuno si rimangerà quelle elaborazioni, io mi tutelerò. Ovunque». Nemmeno queste precisazioni valgono l’applauso del pubblico, ormai diradato. Anzi, qualcuno lo contesta per i riferimenti ai fatti personali, estranei al tema della serata. Ma lui, l’architetto Zita, aveva solo bisogno di dire a tutti che ha sempre fatto il suo dovere.

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