I cento anni di Arturo Paoli il prete che non ama i potenti

Una vita passata nelle favelas dell’America Latina, nel deserto e tra i minatori Considerato come un profeta vivente, durante il fascismo salvò ottocento ebrei

LUCCA. Lì, davanti a quella chiesa, tutto cominciò. Aveva otto anni, sul sagrato dove ogni giorno giocava con i compagni vide scorrere il sangue, al termine di uno scontro tra fascisti e socialisti che lasciò a terra due morti e decine di feriti. «Gli uomini non si vogliono bene, il nostro compito è impegnarci per costruire la pace»: gli disse sua madre, la sera a casa, dopo averlo tranquillizzato. 92 anni dopo – e a pochi giorni dal compierne 100, oltre 50 dei quali vissuti lontano dall'Italia, in particolare nell'America Latina, ignorato e dimenticato perché il Vaticano non gradiva le sue idee progressiste per costruire la pace – fratel Arturo Paoli torna lì, dove è partita la sua vita di profeta della libertà. E dove nacque, memore delle parole della madre, la sua teoria dell'“amorizzare” il mondo, fonte di ispirazione di quella teologia della liberazione che negli anni Settanta infiammò la chiesa sudamericana contro le dittature.

La messa. Stamani alle 11 il Piccolo Fratello di Foucauld - Giusto tra le Nazioni e insignito nel 2006 della Medaglia d'oro al valor civile per aver salvato ottocento ebrei durante la seconda guerra mondiale - celebrerà la messa nella chiesa di San Michele, in centro storico, insieme con i preti della parrocchia. Quella chiesa il cui sagrato, macchiandosi di sangue, indirizzò per sempre la sua esistenza. Quella parrocchia – la sua, essendo nato a due passi, in via S. Lucia - che lo vide iniziare il percorso spirituale e religioso.

La riconciliazione. È un appuntamento di quelli da segnare nel libro della storia. Perché è sì un omaggio e un modo speciale, da parte della comunità ecclesiale, per festeggiare i cento anni di vita di Paoli (li compie il 30 novembre), ma è soprattutto un evento che corona la riconciliazione definitiva con la Chiesa, iniziata nel 2005 con il rientro del sacerdote in Italia. L'anno dopo l'arcivescovo di Lucca, monsignor Italo Castellani, gli affidò la canonica di San Martino in Vignale, sulle colline intorno alla città, che da allora è diventata meta di amici e fedeli provenienti da ogni parte d'Italia per ascoltarlo.

Un profeta vivente. Quegli amici e quei fedeli, stamani, riempiranno la chiesa lucchese. E a loro si aggiungeranno le centinaia di persone – laici e di altri credi religiosi, giovani e meno giovani, bambini e adolescenti – che accorrono in massa ad ogni sua apparizione pubblica. Come a un appuntamento con un profeta vivente. Lui parla, con la passione, la forza e l'invettiva di sempre, della sua visione del Cristianesimo non come teoria, ma come pratica di vita, il cui unico fine è “amorizzare” il mondo e non proteggere ricchi e potenti.

Nelle favelas. E, oggi come ieri, non risparmia critiche, imputando alla Chiesa una magnificenza di apparati e manifestazioni a suo giudizio inutili e difendendo un'altra teologia «nata a Nazaret – dice – dalle mani callose di Gesù e non nelle accademie». Quella teologia da lui vissuta, corpo e anima, dentro le favelas e le città dell'America Latina, dove fu protagonista a fianco di chi lottò e morì per la libertà. E dove lui stesso fu condannato a morte dalla dittatura militare argentina, da cui riuscì a scappare rifugiandosi prima in Venezuela e poi in Brasile, dove è rimasto fino al rientro in Italia, sette anni fa.

Una vita non scelta. La sua vita di sacerdote, però, non l'aveva pensata così. L'allontanamento dall'Italia, infatti, gli fu imposto anche se, con gli occhi di oggi, lo vede come un privilegio che gli è stato concesso. «Sono felicissimo – dice – della vita che non ho scelto». Lui – fattosi sacerdote nel 1940 «non pensando a un servizio di chiesa – confessa - ma per seguire un Cristo annunziatore di pace e di libertà tra tutti gli uomini» – sapeva benissimo quello che voleva fare: costruire la pace e seminare un po' d'amore, in nome della libertà e dell'uguaglianza, sempre dalla parte dei perseguitati, dei deboli, dei poveri.

Un prete scomodo. E alla Chiesa degli anni Cinquanta – divenuto nel frattempo vice assistente nazionale della Gioventù dell'Azione Cattolica – non poteva tacere quello che vedeva e non gli piaceva. Sostenne, per esempio, che «la Chiesa sta perdendo le masse popolari, sempre più accusata di essere le protettrice di ricchi e potenti, di coloro che hanno e non vogliono dare» e che «non è giusto morire di fame in una società dove c'è tanta gente che muore per il troppo mangiare» e ancora «sulla croce dell'economia capitalista è stato inchiodato il povero».

Sulle navi e nel deserto. Per lui fu trovato un posto da cappellano sulle navi degli emigranti italiani diretti in Argentina. Era il 1954. Su e giù per l'oceano, durante una traversata, Paoli incrociò l'esperienza di un fratello della congregazione di Charles de Foucauld. E decise di farla propria, andando nel deserto per 14 mesi come novizio.

Con i minatori. Ed è come piccolo fratello che nel 1957 rientrò in Italia, per fondare, dopo aver lavorato anche come magazziniere in Algeria e aver aiutato i più poveri durante la guerra algerina, una comunità tra i minatori del Sulcis, in Sardegna. Ma alle autorità vaticane le sue prediche erano ancora sgradite, così gli venne suggerito di lasciare definitivamente l'Italia. Era il 1959. Non è più tornato, fino al 2005. Ignorato e dimenticato dal suo Paese e dalla sua città per decenni, mentre lui combatteva, con l'unica arma dell'amore, contro le dittature dell'America Latina.

Come Schindler. Il primo importante riconoscimento per Paoli è arrivato da Israele che, nel 1999, gli ha concesso il titolo di Giusto tra le nazioni e ha inserito il suo nome nel Giardino dei Giusti di Gerusalemme. Con altri tre sacerdoti e con l'assenso dell'allora arcivescovo monsignor Antonio Torrini, nel 1940 Paoli riuscì a mettere in salvo oltre ottocento ebrei dalle persecuzioni fasciste e naziste, nascondendoli nel seminario arcivescovile di Lucca. Per questa azione, sei anni fa, ha ricevuto anche la Medaglia al valore civile dal presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi.