Uno sguardo ribelle sulle contraddizioni dell’Italia del boom

di ENRICO MANNARI Dopo un periodo di oblio l'interesse per l'opera e la figura di Luciano Bianciardi ha conosciuto nuova attenzione, alimentata dalla stessa ristampa dei suoi libri e articoli a cui...

di ENRICO MANNARI

Dopo un periodo di oblio l'interesse per l'opera e la figura di Luciano Bianciardi ha conosciuto nuova attenzione, alimentata dalla stessa ristampa dei suoi libri e articoli a cui hanno contribuito sia la Fondazione Bianciardi che la casa editrice Excogita fondata dalla figlia Luciana. Interesse che si è anche disseminato per strade diverse. Si pensi al pezzo musicale dedicatogli dal gruppo Baustelle, "Un romantico a Milano", all'omaggio dello scrittore Marco Bellotto nel suo "Gli imitatori", oppure, sia pur indirettamente, all'iniziativa "Maggio dei libri", preceduta e accompagnata da esperienze quali quella dei libri randagi e degli happening di lettura, che sembra quasi riprendere l'esperienza del bibliobus.

Ma, per cercare di comprendere da dove nasce quel suo sguardo riconosciuto come acuto, preveggente, permeato da una forte critica corrosiva nei confronti dell'Italia del boom e di Milano come suo simbolo, occorre ripercorrere alcuni momenti di quel suo viaggio solitario che lo porta dalla Maremma alla metropoli del Nord.

Pensiamo che abbia ragione chi, come Adolfo Turbanti, individua un momento di svolta esistenziale e intellettuale nella tragedia di Ribolla avvenuta il 4 maggio del 1954. Nel villaggio minerario costruito dalla Montecatini nelle campagne di Roccastrada lo scoppio del grisou nel pozzo "camorra" provoca la morte di 43 minatori. Un avvenimento, la più grande tragedia del lavoro del dopoguerra, che non solo segna la storia successiva della Maremma, e a cui dal 2004 il comune di Roccastrada dedica un percorso di iniziative, "La miniera a memoria", ma diviene per Bianciardi il punto d'avvio di quell'intreccio profondamente innovativo tra inchiesta,saggistica e narrativa.

Ecco "I minatori di Maremma", edito da Laterza nel 1956 nella collana "I libri del tempo" e scritto a quattro mani con Carlo Cassola, frutto di anni di ricerche e inchieste sul campo. Il sodalizio tra i due intellettuali si costituisce e prende forma dal rapporto intenso con il territorio, emblematico delle speranze e dei sogni che caratterizza quella generazione. Quei minatori che racconta lui li conosce quasi uno per uno, molti di questi divengono suoi amici e li incontra, direttore della biblioteca Chelliana di Grosseto, con il suo bibliobus. Un'invenzione semplice, frutto della sua vocazione pedagogica e di voglia di riscatto sociale: se la gente non va dai libri, saranno i libri ad andare dalla gente. Quindi recupera un vecchio furgone e con gli amici sistema scaffale e motore e si fa accompagnare, non avendo patente, a girare per i campi e le miniere.

«Quegli anni - scriverà - sono stati i più belli e i più ricchi della mia vita». Nella bella biografia di Pino Corrias, Vita agra di un anarchico, si sottolinea come I minatori di Maremma «sia uno degli esempi più riusciti della letteratura di denuncia, un genere che oggi si è perso del tutto». «Il punto d'avvio - come ha osservato Velio Abati - della produzione Bianciardiana, che dà vita ad una sorta di archetipo, una faglia nutritiva profonda continuamente ritornante con i div. ersi umori civili, morali, psicologici (dal risentimento, all'invettiva, alla nostalgia, al senso di colpa) e tematici».

Certo è che la tragedia di Ribolla, in cui l'ira e le lacrime non trovano conforto nella giustizia, (quanti buchi neri nella storia d'Italia!) contribuisce ulteriormente a fargli prendere il treno per Milano, la metropoli dove immagina di costruire un legame tra i minatori e la classe operaia della grande industria. Ma la Milano a cui approda alla metà degli anni'50 e in cui si "integra" nei primi anni sessanta, è si la capitale del "miracolo economico" ma non incontra la classe operaia. Infatti ecco che nelle pagine del suo libro più celebre, La vita agra, "il racconto di una solenne incazzatura" come lo definisce lui stesso , non si incontrano gli operai ma, "la folla anonima discesa dai treni del sonno, o i tipi umani in cui ci si imbatte sul tram… C'è il ragioniere in camicia bianca, con gli occhi stanchi di sonno già alle otto del mattino, la casalinga dalla faccia disfatta che va al mercato lontano perché si risparmia un po' di danè; e soprattutto la dattilografetta con le gambette secche,con una faccia smunta, turata, alacre, color di terra".

E' vero La vita agra è il racconto di un susseguirsi di paradossi, pari allo spunto iniziale del romanzo: il disegno impossibile del protagonista di "integrarsi" allo scopo di compiere un gesto estremo, far esplodere la sede della Montecatini, come vendetta per la strage di Ribolla. Ma, come osserva Giuseppe Berta nel suo libro Nord, «l'io narrante finisce risucchiato nella massa del milione e mezzo di formiche umane... assorbito lui pure negli interstizi di un'industria culturale che lo muta… in una specie di macchina per tradurre libri, secondo un'implacabile sequenza di lavoro, altrettanto ferrea dei tempi e delle cadenze della linea di montaggio, anche se si tratta di una lavorazione a catena invisibile, che gli addetti sembrano imporsi a se stessi».

Una trasformazione che lo coinvolge facendogli vedere il successo con La vita agra che gli apre le porte dei salotti e del Corriere della Sera ma che lui rinnega con furia distruttiva. Mentre tutti o quasi tutti cantano le lodi del "miracolo economico", Bianciardi ne mette a nudo le contraddizioni cogliendo la mutazione antropologica che è in atto: l'alienazione, cui è ridotta la folla della metropoli. La sua pena per il mondo aziendale, ove la gente appare come sottoposta a un processo didisidratazione spirituale: "il branco delle segretariette secche, senza sedere, inteccherite da parer di sale, col visino astioso e stanco", il suo rifiuto del successo e dell'ambiguo meccanismo della selezione. Ed inoltre c'è il rifiuto del consumismo e la satira del mondo nascente dell'industria culturale ed editoriale.

E scrivendo su l'Avanti del 1959, "Mike, Elogio della mediocrità", anticipa due aspetti centrali della cultura di massa: l'idea che ciascuno avrebbe avuto il proprio quarto d'ora di celebrità e che la rappresentazione della mediocrità avrebbe costituito il segreto del successo in tv. Quanta attualità in queste parole di questo "ribelle", "anarchico" che pensando di vendicarsi della Montecatini si trova immerso nella nascente moderna società dei consumi, svelandone criticamente la metamorfosi, un cambiamento che non si può contrastare richiamandosi alle vecchie esperienze culturali e politiche. Chissà se il fuoco del suo romanticismo e della sua insofferenza covano sotto la cenere degli indignati di oggi.

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