I Milvi e la pantera La grande avventura di una band livornese

Milva in scena col suo complesso negli anni Settanta A destra la cantante con Claudio Barontini alla Bussola di Focette (foto Barontini)

 LIVORNO. «Credo sia il momento di dire basta, quello che ho dato ho dato con questo lavoro, che ho amato moltissimo. Ho esaurito i miei desideri». Con queste parole Milva ha chiuso in questi giorni una grande carriera artistica lunga mezzo secolo: un ultimo cd con Battiato, poi il silenzio. I Milvi invece chiusero 30 anni fa, dopo un decennio passato al suo fianco.  E oggi sono un po' più tristi, come se avessero abbandonato una seconda volta le scene.  Strana storia, questa dei Milvi, un gruppo tutto livornese che per l'intero arco degli anni Settanta ha accompagnato la pantera di Goro nelle sue tournée in tutto il mondo. Strana storia perché di loro uno solo era ed è un musicista professionista, gli altri tutti "part time" della canzone che hanno vissuto una straordinaria avventura, con performance e successi di fronte a platee che tanti big della canzone possono solo sognare. E che la sorte poi ha portato su strade diversissime, ma tutte lontane dallo showbusiness.  L'unico del gruppo che ha continuato a fare (ottima) musica è Neno Vinciguerra, straordinario pianista e autore di brani celebri, nonché maestro di un paio di generazioni di pianisti e cantanti labronici. Il resto dei Milvi era composto da Franco Paganelli (chitarra) commercialista e già presidente dell'ordine professionale, Marco Gasperetti (flauto), oggi giornalista del Corriere della sera, Claudio Barontini (basso) diventato uno dei fotografi più richiesti sulla piazza, Giovanni Martelli (batteria) che ha scelto di mettere a frutto il diploma di ragioniere.  Ma come nacquero i Milvi? «Neno Vinciguerra - racconta Barontini - faceva parte già da tempo del gruppo che accompagnava Milva. All'inizio dei Settanta per vari motivi gli altri se ne andarono, ma lui non si perse d'animo. Il Tirreno al tempo organizzava il Cantareferendum, i lettori votavano i complessi cittadini e i vincitori incidevano un disco. Neno reclutò due ragazzini da uno di questi complessi, i Cuori di pietra. Erano Martelli e Paganelli, 15 anni il primo, 17 il secondo. Quando Milva li vide disse: «Neno, questi sono bambini», poi li ascoltò e capì che erano musicisti veri, per quanto in erba. Del resto eravamo tutti allievi del Conservatorio Mascagni. Io sono entrato qualche mese dopo: era il 1973, suonavo col gruppo "La mente corta". Facevo rock, avevo i capelli lunghi, quando mi scelsero andai con l'idea di entrare in un certo ambiente per poter poi un giorno fare la mia musica. Ero un po' scettico sul fatto di dover suonare la Filanda o Milord. Ma la prima volta che ho sentito Milva cantare alle prove, mi è venuta la pelle d'oca: una voce incredibile. Ricordo che a Leningrado suonammo con gli strumenti elettrici e lei cantò senza microfono. Che voce! La televisione non le rende giustizia. Così iniziai a suonare nel gruppo, e per pudore mi tagliai anche i capelli».  Gasperetti entrerà nella band ancora qualche mese dopo, nel 1975.  «Avevo 18 anni - racconta il giornalista -, ero al quinto anno di flauto, e mi chiamò Martelli, in un primo momento per suonare con una cantante folk sarda, Maria Roich. Vinciguerra mi sentì e mi portò a Bologna. Era il giorno del compleanno di Milva, fui presentato come flautista, lei capì autista, e disse "Che lusso, abbiamo anche l'autista...". Poi però le piacqui, mi scritturarono. Si suonava molto in estate, per essere ragazzi si guadagnava bene, e abbiamo girato mezzo mondo. Oggi posso dire di aver avuto una postadolescenza molto bella grazie a questa signora, che è una persona per bene e una grande artista».  Anche Barontini la pensa così: «Grazie a lei ho suonato nei più importanti palcoscenici e ho anche iniziato a fare fotografie. Si girava il mondo gratis e per di più pagati».  I Milvi in 10 anni si sono esibiti in centinaia di palcoscenici: dall'Olimpià di Parigi al Madison Square Garden di New York, e poi Giappone, Corea, Unione Sovietica, tutta l'Europa, Sanremo, Saint Vincent e tutta l'Italia. Ma anche decine di Feste dell'Unità e sagre di paese. «Era una vita strana - dice Gasperetti - abbiamo dormito nei migliori hotel al mondo, e poi in stamberghe di campagna, ci siamo esibiti in piazza fra pochi intimi e negli stadi davanti a centomila persone».  Livorno intanto era diventato la base dei Milvi. E spesso anche di Milva. In piazza della Repubblica c'era uno studio di registrazione. Lì i vincitori del Cantareferendum per anni hanno inciso le loro canzoni. Le basi musicali le faceva la band di Vinciguerra. Spesso veniva giù Milva, e lo studio diventava una sala prove.  Aneddoti sulla cantante? Tanti da scrivere un libro.  «Suonavamo a Pisa - racconta Gasperetti - al Giardino Scotto, Milva fra gli applausi disse "Il mio complesso è toscano", applausi, "sono tutti livornesi", e giù una pioggia di fischi... Un'altra volta a Francoforte lei, acclamatissima, cantava sulle musiche di Weill. Io aprivo col flauto uno di questi brani. Era l'inno delle camicie brune, poi iniziava la parte cantata, con le parole di Brecht. Dopo le prime note di flauto iniziarono i mormorii in teatro, poi un silenzio di gelo. Finché lei spiegò in tedesco che la canzone era antinazista».  Barontini ricorda anche la Milva più privata: «Con noi era molto cordiale, in tournéè si giocava spesso a carte, ci portava a cene extracontratto, a volte ci raccontava anche le sue storie personali. E normalmente era molto generosa. Salvo quando era arrabbiata. Allora era capace di farci pagare tutto, anche le gomme del furgone. Ricordo un viaggio allucinante da Livorno ad Amburgo su un Fiat 238 scassato, a non più 70 chilometri orari. Per errore arrivammo un giorno prima del previsto: niente camere. Si dormì nel furgone, in 5 con tutti gli strumenti. La mattina alle prove arriva Milva con l'aereo e comincia a dire "Sono distrutta, un'ora di attesa all'aeroporto...", ti puoi immaginare le nostre facce. Alla fine uno, in livornese, gli disse "Oh Mirva, noi stanotte un s'è dormito!"».  Sul palco come fuori, sottolineano Barontini e Gasperetti, è stata una diva, ma senza eccessi: si ricordava le sue origini umili.  E soprattutto una vera signora: «A New York al Madison Square Garden il presentatore doveva fare la scaletta e decise di far cantare per primo Massimo Ranieri e per ultima Milva. Ranieri andò su tutte le furie, forse si sentiva uno sparring partner. Milva senza batter ciglio replicò: vuoi cantare per ultimo? Bene vorrà dire che io e i Milvi andremo al ristorante prima"».