Sinisa e Arkan, la relazione pericolosa

STRISCIONE. Così i tifosi della Lazio ricordarono uno dei criminali più feroci dei conflitti balcanici

 FIRENZE. Sinisa Mihajlovic fa discutere, non solo per motivi calcistici: divampa infatti la polemica su alcuni episodi sopra le righe della sua carriera. Ad esempio lo sputo in faccia a Mutu: ieri il neo-tecnico viola ha ammesso: «Quella volta sbagliai». Ma soprattutto sulla sua amicizia con uno dei criminali più feroci dei conflitti balcanici, Eljko Ranatovic, alias la Tigre Arkan. Mihajlovic gli rese omaggio con un necrologio pubblico per interposta curva: la Nord laziale che espose, pare su richiesta dell'allora giocatore, un eloquente "Onore alla tigre Arkan". E Mihajlovic rivendica ancora quell'amicizia: «Non lo rinnego, venne a difendere i serbi: i suoi crimini sono orribili, ma era una guerra civile».  Un'amicizia nata ai tempi della Stella Rossa di Belgrado: uno giocava, l'altro guidava gli agguerriti tifosi organizzati. Amicizia consolidata dal sentimento anti-americano maturato dopo i bombardamenti per fermare il genocidio in Kosovo. E dall'ammirazione per Tito e Milosevic. Amicizia sublimata dal sogno panslavo della "Grande Serbia".  Sembra tutto semplice e invece la storia di Sinisa, della sua gente e di quella terra sofferente, rischia di risultare sfuocata se letta con i parametri occidentali. La famiglia Mihajlovic viveva a Vukovar prima della guerra, serbi in terra di Croazia. Profughi quindi, quando l'odio dei croati che volevano l'indipendenza si riversò sulle minoranze additate improvvisamente come straniere. I soldati di Arkan invasero la cittadina, facendone macello. Criminali per i croati, salvatori per i serbi, colpevoli di efferate stragi di civili per la giustizia internazionale.  Cercando in rete l'amico di Sinisa, ti imbatti in un video: chiesa ortodossa di Belgrado, uomini che portano una bara, vessilli, cordoglio composto, camicie brune e sfumature alte. E' un funerale politico e pop, il funerale di qualcuno che tantissima gente considera ancora un grande uomo, un grande serbo; c'è chi non crede nemmeno che sia morto davvero. Era il 20 gennaio 2000: cinque giorni prima Arkan era stato trucidato in un agguato nella hall di un hotel di Belgrado. Una scena alla Scarface: muore l'uomo e nasce il mito.  Classe 1952, figlio di un colonello titino, transfuga jugoslavo, rapinatore in erba, l'esordio in una banca di Milano. Poi sicario della polizia segreta comunista. Condottiero di truppe irregolari in un decennio di genocidi. La pulizia etnica il mezzo, la "Grande Serbia" il sogno. Raggranellando per sopramercato un bel gruzzoletto. «Tito, Milosevic, comunismo, nazionalismo: ma ad Arkan interessava soprattutto il denaro», dice chi l'ha conosciuto bene.  Agghiaccianti testimonianze sono state raccolte in un libro, "Arkan la Tigre dei Balcani", scritto dal giornalista americano Cristopher Stewart. Un libro che racconta il malavitoso e l'uomo d'affari, il marito della popstar Svetlana Ceca e il patron calcistico.  Un destino avere a che fare col pallone, come quello dell'ex Jugoslavia, la cui tragedia maturò anche sugli spalti degli stadi. Come in Dinamo Zagabria-Stella Rossa del maggio 1990, da molti considerata la scintilla del tragico conflitto etnico. Un giocatore ragazzino, Zvone Boban, con una ginocchiata frantumò la mascella ad un poliziotto che aggrediva un tifoso croato. Per ore divamparono gli scontri. Sul prato c'era anche Arkan. Lui amava il pallone, ma molto a modo suo: fu proprio tra le frange più aggressive e pericolose dei tifosi della Stella Rossa che Arkan reclutò poi gli elementi migliori delle sue milizie.  A metà anni '90 comprò il Pristina e cacciò tutti i giocatori albanesi. Nel '96 tentò il salto acquistando l'Obilic che portò in Champions, dalla quale la squadra fu poi bandita. Ad Arkan piaceva vincere intimidire, minacciare e vincere facile, un valore che, ne siamo certi, non condivide con Sinisa.