Boom per ingegneria nucleare cresce il numero degli iscritti

Le centrali nucleari (ancora) non ci sono, ma negli ultimi due anni a Pisa il numero degli iscritti alle facoltà di ingegneria nucleare è raddoppiato. La virata del governo ha ridato speranze agli studenti. Il professore: "Toscana comunque inadatta alle centrali nucleari"

PISA. Le centrali (per ora) non ci sono, ma negli ultimi due anni il numero degli iscritti alle facoltà di ingegneria nucleare è raddoppiato. La virata del governo, che ha annunciato il ritorno alla produzione di energia dall’atomo, ha ridato speranze agli studenti, dopo la laurea costretti a cercarsi un lavoro in Francia, Inghilterra, Svizzera e Spagna, ma pure negli Stati Uniti, in Cina e in Giappone.

A dispetto del referendum abrogativo di ventitré anni fa, l’Italia ha continuato a sfornare ingegneri capaci di trattare con dimestichezza uranio e plutonio, in grado di raffreddare nuclei e trattare scorie radioattive, abituati a produrre energia elettrica in impianti ad altissima tecnologia ma a forte rischio.

«È così - spiega il professor Giuseppe Forasassi, presidente del corso di laurea in ingegneria nucleare dell’Università di Pisa e presidente del Cirten -. Dai trecento laureati all’anno nel periodo precedente a Chernobyl, in tutt’Italia siamo scesi a 100-120. Da noi gli iscritti sono una quarantina per i primi due anni, circa la metà nel triennio successivo: è imminente l’arrivo dell’onda lunga».

Il professore, nuclearista convinto, è soddisfatto: «È bastata l’indicazione di nuove prospettive di lavoro per attirare studenti che, altrimenti, si sarebbero orientati in altre direzioni». Dagli inizi degli anni’60, l’Italia ha sfornato quasi ottomila ingegneri nucleari. La speranza di non dover emigrare per trovare un lavoro venne ridimensionata quando le centrali nucleari di Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano furono chiuse e quella di Montalto di Castro riconvertita a termoelettrico convenzionale.

Ma se anche l’esito del referendum indusse a ripensare la politica energetica, i corsi di laurea non chiusero i battenti. Pisa, Torino, Milano, Roma e Palermo hanno continuato a sfornare ingegneri nucleari, benché in numero ridotto. Il mondo del lavoro li ha assorbiti come una spugna: «Pensi che la Francia - prosegue il professor Forasassi - ne laurea alcune centinaia all’anno. Ma non bastano: ha 59 centrali nucleari che coprono l’80 per cento del fabbisogno nazionale di energia elettrica. A loro servono circa mille ingegneri all’anno, visto che puntano allo sviluppo e all’esportazione di tecnologie in Cina, Finlandia e, in prospettiva, Italia. Per questo attingono da noi».

I laureati usciti dagli atenei che aderiscono al consorzio Cirten - Pisa, Torino, Milano, Roma e Palermo - sono soprattutto dei buoni ingegneri. Hanno una preparazione a vasto raggio, sono flessibili ed eclettici, capaci di affrontare soluzioni complesse. Qualità che all’estero vengono apprezzate, a dispetto dell’opaca reputazione di cui, in genere, gode l’università italiana. Laureati che non faticano a collocarsi anche in Italia, se è vero che l’industria chimica e meccanica hanno spesso assorbito laureati in ingegneria nucleare «che possono facilmente riconvertirsi - spiega il professor Forasassi -. Nell’industria nucleare, la parte nucleare è tutto sommato ridotta».

Ma c’è anche chi ha continuato a fare il suo lavoro senza emigrare. L’industria italiana, negli ultimi vent’anni, nonostante il referendum, è stata particolarmente attiva all’estero. È il caso dell’Ansaldo Nucleare di Genova - assieme ad Ansaldo Energia braccio operativo della holding Finmeccanica -, dove alcuni ranghi dirigenziali sono coperti da laureati a Pisa. Proprio Ansaldo Nucleare ha progettato due centrali in Romania e in Cina. Non è da meno il gruppo Mangiarotti di Milano, ex Ansaldo Breda, che ha continuato a realizzare grandi componenti per il settore, vincendo un’agguerrita concorrenza su scala globale. La nicchia degli ingegneri nucleari italiani, viste le prospettive di lavoro, è destinata ad allargarsi. Indipendentemente dai programmi nazionali, Enel ha acquistato sei centrali nella repubblica Slovacca, due delle quali in costruzione. In più, una quota di partecipazioni dell’iberica Endesa ha le insegne tricolori.

L’Italia, da parte sua, importa dall’estero buona parte del proprio fabbisogno energetico, prodotto attraverso le centrali nucleari (la Francia ce ne vende il 16%) dei paesi vicini: oltre alle 59 ubicate in Francia e alle sei della Slovacchia, ce ne sono venti in Germania, dieci in Spagna, sei nella Repubblica Ceca, 10 in Svezia, cinque in Svizzera. Anche in Slovenia, grande come la Toscana, funziona un reattore più vecchio di quelli chiusi in Italia a fine anni ’80. E ci vende energia elettrica. I programmi governativi prevedono, per il Belpaese, la costruzione di nuove centrali. I luoghi prescelti divergono dalla lista stilata nel 1979, molto prima di Chernobyl e del referendum. Roma deciderà a breve, ma fin da ora si sa che due centrali saranno costruite al sud, una alla foce del Po e che quelle di Trino Vercellese e Caorso saranno ristrutturate. Il costo di ciascun impianto si aggira attorno ai cinque miliardi di euro. La Toscana ne sarà solamente sfiorata, visto che la centrale di Montalto di Castro, appena oltre la linea di confine con il Lazio, è l’unica che potrebbe essere convertita al nucleare.

Il Granducato, secondo il professor Forasassi, non pare sia il posto giusto: i fiumi hanno carattere torrentizio e la linea di costa è densamente popolata, sviluppata turisticamente e paesaggisticamente irripetibile. E poi la classe politica ha già fatto sapere di non volerne sentir parlare. Il ritrovato filo-nuclearismo sa già di non poter contare sulla Toscana.