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Il cacciatore di pietre pratese e il record di nuovi minerali scoperti. «Il preferito? L’icosaedrite»

Il ricercatore Luca Bindi e la ferrofettelite, il centesimo minerale scoperto da Luca Bindi

L'intervista a Luca Bindi: a 50 anni ha già individuato cento nuovi minerali. Una passione coltivata da bambino è diventata il suo lavoro

PRATO. È il “cacciatore” di minerali tra i più geniali al mondo e con la recente scoperta della ferrofettelite sono ben 100 le nuove specie mineralogiche che ha identificato. Il pratese Luca Bindi, ordinario di Mineralogia e direttore del Dipartimento di Scienze della Terra all’Università di Firenze, è infatti lo scienziato italiano che ha individuato il numero più alto di nuovi minerali e fra i primi dieci ricercatori a livello mondiale per nuove specie mineralogiche descritte.

Professor Bindi, il suo è un record di cui andare fieri.


«Sì, certamente. L’uomo in tutti i suoi secoli di storia ha individuato 5.700 specie minerali e 100 di queste sono state identificate da me. Sapere quindi che il due per cento di tutto quello che ci circonda ha una caratteristica chimica che ho scoperto io mi fa piacere. È molto gratificante».

Come è nata la sua passione per i minerali?

«Da piccolo (Bindi è cresciuto a Maliseti, nda) non ero uno di quei bambini che collezionano minerali, come accade a tanti invece. Mi piaceva la natura, questo sì. Anche al liceo (lo scientifico Livi, ndr) mi affascinavano i vulcani, ma non avevo una passione viscerale per la mineralogia. La scintilla è scoccata dopo, all’università, grazie agli insegnamenti di alcuni docenti».

Cosa la attrae del suo lavoro?

«Risolvere le strutture cristalline di un minerale è un po’ come decifrare un enigma. Hai tra le mani un materiale con una struttura ignota, in cui non sai ancora gli atomi come stanno, e devi scoprirlo piano piano, un pezzetto alla volta. Come in puzzle. Di fatto è un processo matematico, ma somiglia più a risolvere un rompicapo».

Come avviene per lei questo processo?

«Passo molto tempo in laboratorio naturalmente (e la mia famiglia mi supporta molto). Ma a volte capita che trovi la soluzione mentre sto facendo tutt’altro: quando sono in treno o a fare la spesa per esempio. Perché la mente non smette mai di lavorare e concentrarsi».

A soli 50 anni (compiuti lo scorso dicembre) ha superato i numeri anche di scienziati con più anni alle spalle di lei. Come se lo spiega?

«Non lo so, bisognerebbe chiederlo a qualcun altro. Ma quello che posso dire è che sicuramente ho una grandissima dedizione al lavoro e non sento tanto la fatica: riesco a rimanere concentrato anche dopo molte ore di lavoro. Mi rendo conto che ho facilità nel risolvere casi complessi in un decimo del tempo che ci impiegherebbe qualcun altro: se c’è una struttura considerata indecifrabile, io risolvo l’enigma in una settimana. Non so per quale motivo, forse sono nato per fare questo».

Dei cento minerali che ha “tenuto a battesimo” ce n’è uno a cui è più affezionato degli altri?

«Sì, l’icosaedrite. L’ho scoperto nel 2009 ed è stato il primo quasicristallo trovato in natura. Nei quasicristalli gli atomi si aggregano in forme che disobbediscono alle leggi naturali finora conosciute, secondo una struttura non ripetitiva. La mia scoperta è stata uno stravolgimento per la comunità scientifica e ha confermato la tesi dello studioso che aveva teorizzato i quasicristalli nell’84, Daniel Shechtman. Che poi nel 2011 ha vinto il premio Nobel per la Chimica».

Ha scoperto anche minerali che non appartengono al nostro pianeta?

«Sì, ho identificato 13 minerali extraterrestri. Tra questi c’è anche l’icosaedrite. Provengono da frammenti di meteorite, trovati in diverse parti del mondo (l’icosaedrite viene dai monti Koryak in Russia, ndr). Ogni volta che ne viene trovato uno chiedo di averne un pezzettino e li studio a tappeto, per individuare composizioni chimiche mai viste prima. Così si allarga il catalogo dei materiali esistenti e si può descrivere meglio la natura. Come quando gli entomologi trovano un nuovo insetto. E in più conoscere un nuovo minerale permette di capire un ambiente e può avere implicazioni che lì per lì non sono comprese, ma che possono essere importanti».

Cosa direbbe a un giovane che voglia fare della scienza il suo futuro?

«Che cerchi il più possibile di portare avanti i propri obiettivi, i propri desideri e speranze. Anche se per questo è necessario mettersi contro qualcosa o qualcuno. Magari ne potrà passare un miliardo di peripezie, ma alla fine sarà ripagato. Se lavori bene, se sei “sul pezzo” e hai costanza, vieni ricompensato. I talenti ce la fanno».

Anche in Italia? Qual è lo stato di salute della ricerca nel nostro Paese?

«Fare ricerca in Italia è difficile. Nonostante le promesse della politica, le risorse sono poche. Adesso speriamo in una spinta con il Pnrr. Ma non è facile. Io che ho relazioni con istituti stranieri mi accorgo della differenza, non solo con le realtà americane (come Harvard, Princeton o la Caltech, dove la ricerca è messa al primo posto) ma anche con gli altri Paesi europei. Da noi una persona che ha un’idea brillantissima rischia di doverla soffocare. Eppure i talenti ci sono. Visti i mezzi che abbiamo e i risultati che riusciamo a raggiungere pur arrangiandoci, forse valiamo il quadruplo di chi gli strumenti ce li ha».

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