Sbloccati i licenziamenti, ma per ora si ricorre alla cassa integrazione

Tessile e pubblici esercizi alla finestra per capire se verranno prorogati gli ammortizzatori sociali dopo lo stop alla Cassa Covid

PRATO. Non licenziano ma aprono l’ombrello della Cigo, la cassa integrazione ordinaria. Che ha preso il posto della cassa Covid di cui il governo ha chiuso i rubinetti il 31 dicembre. Da quando si sono riaperti i cancelli delle fabbriche, sulla scrivania della Fictem Cgil arrivano due procedure di Cigo al giorno, dieci nella prima settimana lavorativa di gennaio.

«Cambiano gli strumenti ma sono ammortizzatori sociali cui le aziende hanno fatto spesso ricorso in questo periodo dell’anno per fronteggiare il calo di lavoro – sottolinea il segretario Massimiliano Brezzo – Le imprese sono scariche di manodopera e qualora dovesse ripartire alla grande il lavoro, potrebbero trovarsi in difficoltà».

Tessile alla finestra. C’è chi licenzia adesso ma lo avrebbe fatto comunque due anni fa, prima del Covid. È il caso di un lanificio che aveva deciso di dismettere ed esternalizzare un reparto di produzione interno alla fine del 2019 avviando una procedura di licenziamento collettivo per sette persone. In sostanza gli esuberi furono “congelati” con l’avvento della pandemia. Interpellata dal Tirreno, l’azienda chiede l’anonimato specificando che le lettere sono arrivate ai sette lavoratori soltanto agli inizi di gennaio per lo sblocco dei licenziamenti attuato dopo il 31 ottobre. Nessuna crisi aziendale, in sostanza, ma solo una scelta strategica dettata dal mercato: dal punto di vista occupazionale, tutte le maestranze furono a suo tempo ricollocate. Per i lanifici la situazione è a macchia di leopardo: non si scoppia di lavoro, ma si lavora meglio del gennaio 2021. Soffrono le piccole imprese artigiane, soprattutto le lavorazioni contoterziste. «Al momento non si assiste a grosse crisi industriali – evidenzia Ingrid Grasso, sindacalista della Femca Cisl – Il distretto mostra una sostanziale tenuta. Per quanto riguarda i timori di nuovi licenziamenti, gli organici erano già sufficienti prima del Covid». La Uiltec, per bocca di Qamil Zejnati, chiede a gran voce il rifinanziamento della cassa Covid, «a tutela ulteriore dei posti di lavoro».

Pubblici esercizi in ginocchio. Un pizzaiolo, un barista, una commessa: il primo scorcio del 2022 porta in dote tre licenziamenti nel mondo dei pubblici esercizi e del commercio, intercettati dalla Filcams Cgil. Numeri che si contano sul palmo della mano ma, come spiega il segretario provinciale Nunzio Martino, derivano dal fatto che tante aziende stanno alla finestra. «Si aspetta se e quando potranno essere prorogati gli ammortizzatori sociali». Si moltiplicano le pratiche che segue l’ufficio vertenze. A licenziare per il momento sono aziende piccole, messe in ginocchio dalle ultime restrizioni e dalle disdette a cavallo delle festività di Natale.

Sotto la lente d’ingrandimento della Filcams Cgil un altro fenomeno, quello dei ritardi di pagamento che conducono alle dimissioni volontarie “per giusta causa”. «Seguiamo lavoratori che hanno accumulato arretrati da settembre 2021 e si rivolgono a noi per il recupero delle mensilità», racconta Alberto Santini dell’ufficio vertenze Filcams Cgil. Oltre al danno, la beffa. Perché, a quanto riferisce il sindacato, l’Inps sta respingendo alcune richieste di disoccupazione cui avrebbero diritto i lavoratori che si sono dimessi “per giusta causa” (in questo caso, il ritardo nel pagamento). Il motivo? «Puramente tecnico. Spesso dal datore di lavoro non viene fornita al lavoratore la comunicazione Unilav relativa alla cessazione».