Detenuto torturato e violentato dai compagni di cella alla Dogaia

L'ingresso del carcere della Dogaia

Doveva rimanere in carcere solo una settimana per un furto ai danni di parenti ma la detenzione si è trasformata in un calvario. Presto il processo agli aguzzini

PRATO. È finito in carcere per un furto compiuto ai danni di alcuni parenti e alla Dogaia ha trovato l’inferno.
Doveva rimanere in cella non più di una settimana un giovane detenuto pratese, giusto il tempo di accedere alla misura dell’affidamento in prova, ma quella settimana gli è stata fatale e non potrà più cancellarla dalla mente, perché lo hanno messo in cella con altri due detenuti che ora sono accusati di averlo violentato e torturato per giorni.

Questa terribile storia è stata rievocata venerdì 19 novembre in Tribunale, nell’aula del giudice per le indagini preliminari, dove era fissato l’incidente probatorio per cristallizzare il racconto della parte lesa, assistita dall’avvocato Olivia Nati. Il giovane, ora fuori dal carcere, è stato chiamato a rinnovare le accuse che aveva già verbalizzato con gli agenti della polizia penitenziaria dopo la sua disavventura. E ha confermato quanto detto all’epoca dei fatti.

Secondo quanto ricostruito dalle indagini, il detenuto alcuni mesi fa è stato rinchiuso nella casa circondariale della Dogaia. Doveva scontare una condanna definitiva a un anno e quattro mesi di carcere essendo stato riconosciuto responsabile di un furto ai danni di alcuni parenti. Ma il passaggio in carcere doveva essere una semplice formalità, perché c’era già l’accordo per l’affidamento in prova ai servizi sociali. Essendogli però stata contestata un’aggravante, era necessario che prima dell’affidamento dovesse passare qualche giorno in carcere.

E lì, secondo il suo racconto, è iniziato il calvario. I suoi compagni di cella, due detenuti italiani, lo hanno preso di mira con continue vessazioni, schiaffi, calci, bastonate. Ma questo era ancora niente in confronto a quanto sarebbe accaduto subito dopo. In un’occasione, ha detto il giovane ex detenuto, i due gli avrebbero messo in testa una pentola ancora bollente dopo averla passata sul fornellino. E alla fine lo hanno violentato.
Per questo ora i due detenuti sono chiamati a rispondere di tortura, un reato di cui raramente si discute nei tribunali italiani nel terzo millennio, e violenza sessuale di gruppo, un reato che è punito con una pena da 8 a 14 anni di reclusione.

Al culmine delle sevizie il giovane detenuto ha trovato la forza di denunciare quanto gli era successo agli agenti di polizia penitenziaria, che lo hanno messo in un’altra cella e hanno avviato le procedure per trasferire in un altro carcere i due detenuti accusati dal primo. Poi finalmente il giovane detenuto è potuto uscire dal carcere e ora sta cercando di lasciarsi alle spalle quanto gli è accaduto. Il suo racconto messo nero su bianco nel corso dell’incidente probatorio davanti al pubblico ministero Valentina Cosci potrà essere usato come prova nel processo che presto verrà disposto nei confronti dei suoi aguzzini.