Prato, manifestanti pestati dai cinesi: scatta la prima denuncia

Un momento del pestaggio di lunedì pomeriggio in via Galvani

Individuato uno dei picchiatori, altri cinque o sei in fase di identificazione. Dovranno rispondere di lesioni aggravate

PRATO. E' scattata la prima denuncia per lesioni aggravate dopo il pestaggio dei manifestanti che lunedì 11 ottobre avevano dato vita a un presidio davanti al magazzino del pronto moda Dreamland di via Luigi Galvani, al Macrolotto, e che sono stati picchiati da un gruppo di una decina di cinesi. Oggi la Digos della polizia ha depositato una prima informativa sulla scrivania del sostituto procuratore Massimo Petrocchi e c'è il primo identificato nel gruppo di picchiatori. Altri cinque o sei sarebbero in fase di identificazione.

Le immagini riprese dai telefonini dei sindacalisti del Si Cobas, che avevano organizzato la protesta, hanno dato la scossa a una città che spesso ha preferito girarsi dall’altra parte, minimizzando la guerra in corso tra una parte dei padroncini cinesi delle confezioni (ma anche delle stamperie e delle tintorie) e una manodopera sempre meno orientale e sempre più pachistana. Stavolta no, non è proprio possibile girarsi dall’altra parte perché i video del pestaggio passano sui telefonini di tutti e raccontano di un pomeriggio di ordinaria follia, dove qualcuno ha certamente perso il controllo e non ha calcolato le conseguenze dei propri atti.

E a conferma che stavolta l’episodio non sarà preso sottogamba, c’è la convocazione del Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico, che si è riunito ieri pomeriggio su impulso del prefetto Adriana Cogode e ha disposto il solito “monitoraggio più oculato” e la solita “intensificazione dei servizi di vigilanza e controllo”. Insomma, il messaggio è che ulteriori violenze non saranno tollerate.

E forse anche i cinesi del pronto moda Dreamland hanno capito di non essere più nella terra dei sogni e di averla fatta grossa, tanto che in serata, caso più unico che raro nelle comunicazioni Cina-Italia a Prato, sono loro a contattare il giornale per dare la propria versione dei fatti. Al telefono c’è Alessandra Jiang, la compagna di Su Jiangyuan, titolare del pronto moda che parla in sottofondo e si fa tradurre. Entrambi sono stati immortalati nei video del pestaggio, lei particolarmente agitata, lui con in mano una mazza da baseball. Lei dice che quelli che poi hanno picchiato i pachistani non li conosce.

«Sono passati alcuni cinesi e ci hanno chiesto che cosa stava succedendo – racconta – Alcuni di quelli che erano lì ci hanno messo le mani addosso, uno con un lucchetto, e allora è iniziato il casino, ma quelli che hanno picchiato noi non li conosciamo». Le immagini sembrano smentirla su tutto il fronte, e la stessa Questura parla esplicitamente di un’aggressione da parte dei cinesi contro i manifestanti, ma il nocciolo della questione lo spiega bene: «Noi pensiamo solo a far andare bene l’azienda, non vogliamo questo casino, loro possono fare sciopero ma non possono bloccare i furgoni in entrata e in uscita».

Solo su una cosa i cinesi del pronto moda e i manifestanti del Si Cobas sembrano trovarsi d’accordo: le critiche all’atteggiamento della polizia. Sul marciapiede durante il pestaggio c’erano un paio di poliziotti della Scientifica che si sono limitati a riprendere le mazzate e un altro paio della Digos che hanno chiamato rinforzi senza intervenire personalmente.

«Eravamo andati davanti alla Dreamland per far capire che le sanzioni contro chi sfrutta i lavoratori sono ridicole – ha spiegato il sindacalista Si Cobas Luca Toscano – L’azienda paga la sanzione e ricomincia da dove si era interrotta. Da un punto di vista economico conviene. Per questo giudichiamo risibili le argomentazioni di certi nostri amministratori comunali che ci vogliono vendere la storia secondo la quale si stanno ottenendo grandi risultati coi controlli. La realtà purtroppo è questa. Altaf, il lavoratore che a luglio ha denunciato le condizioni inaccettabili di lavoro alla Dreamland, è rimasto solo, sfruttato e ora anche senza stipendio».