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Parroco arrestato a Prato, la Diocesi sapeva degli ammanchi. Il contabile in chat: "Con questo ritmo di prelievi il conto sarà azzerato prima di fine anno"

Don Francesco Spagnesi

Oltre 100.000 euro prelevati da don Francesco Spagnesi, poi arrestato per spaccio di droga, ma la Curia non ha sporto denuncia

PRATO. La Diocesi di Prato sapeva da più di un anno che qualcuno stava prosciugando le casse della parrocchia dell’Annunciazione, alla Castellina. E quel qualcuno aveva un nome almeno dal 1° maggio 2020. Era il parroco, don Francesco Spagnesi, 40 anni, arrestato martedì 14 settembre per tutt’altri motivi: con l’accusa di aver importato dall’Olanda litri e litri di Gbl, una droga sintetica che veniva usata, insieme con la cocaina, nel corso di festini a luci rosse nella casa dell’uomo col quale aveva da tempo una relazione, Alessio Regina, già arrestato il 27 agosto.

Ma la parte dell’inchiesta del sostituto procuratore Lorenzo Gestri che in queste ore ha creato il maggiore imbarazzo all’interno della Curia è contenuta nelle ultime pagine dell’ordinanza di custodia che ha disposto gli arresti domiciliari per don Francesco. Perché l’omosessualità è un peccato per i cattolici e la tossicodipendenza una condizione di sofferenza che può essere superata, anche da un sacerdote, ma sulla sparizione dei soldi delle offerte dei fedeli la Diocesi avrebbe avuto qualcosa da dire, soprattutto da fare. Invece non risulta che in questi 16 mesi sia stata presentata in Procura una denuncia per appropriazione indebita nei confronti di don Spagnesi. Per questo probabilmente qualcuno in Procura ha storto il naso leggendo martedì pomeriggio un comunicato della Diocesi nel quale si sottolineava la «fattiva collaborazione» con la magistratura. Il vescovo Giovanni Nerbini è stato sì sentito come persona informata sui fatti alla fine di agosto, quando don Francesco era ancora a piede libero, ma sono le settimane e i mesi precedenti quelli sui quali pone l’accento il giudice per le indagini preliminari Francesca Scarlatti.

Agli atti è rimasta una chat nella quale Gianfranco Marzano, contabile della Diocesi, già il 1° maggio 2020 chiede conto a don Francesco delle sue spese pazze. Negli ultimi due mesi risultavano prelievi per 40.000 euro dal conto della parrocchia. Il 5 giugno il contabile si fa vivo per segnalare che ha notato prelievi e pagamenti per circa 75.000 euro. Ma evidentemente gli ammonimenti non bastano perché l’8 dicembre arriva da Marzano un mezzo ultimatum e il 27 febbraio 2021 la situazione è già ampiamente compromessa: "Ti volevo informare – scrive Marzano – che sul conto corrente sono rimasti circa 120.000 euro. Tieni conto che nel 2020 la parrocchia ha incassato oltre 200.000 euro solo dalle vendite degli appartamenti. Con questo ritmo di prelievi il conto sarà azzerato prima della fine dell’anno". La Diocesi si deciderà a intervenire solo in aprile, non per denunciare don Francesco, ma soltanto per togliergli il potere di firma sul conto, facendogli cambiare strategia: a quel punto il sacerdote inizia a chiedere soldi direttamente ai parrocchiani. In tanti in quelle settimane hanno ricevuto messaggi sui telefonini nei quali don Francesco diceva di voler aiutare famiglie in difficoltà e che sarebbe stato felice di ricevere donazioni. Ancora il 20 agosto scriveva a Marzano per chiedergli di bonificare 980 euro sul conto del compagno Alessio Regina con la casuale “per un calice”. Insomma, la situazione era fuori controllo ben prima che sulle importazioni di droga dall’Olanda si accendessero i riflettori della squadra mobile.

Ed è per questo che il gip Scarlatti, nel motivare le esigenze cautelari, non lesina velate critiche allo stesso vescovo, citando una telefonata del 1° settembre nella quale monsignor Nerbini, rispondendo a don Francesco su come giustificare il suo allontanamento dalla parrocchia, suggerisce di «accampare generici motivi di salute in è quanto è necessario “custodire”, anziché “mettere in piazza”». Secondo il gip la soluzione trovata non era quella giusta, perché consentiva a don Francesco di continuare ad avere contatti coi fedeli. Contattato dal Tirreno su queste circostanze, monsignor Nerbini spiega che quell’invito a «non mettere in piazza» si riferiva alla condizione di tossicodipendenza di don Francesco. "Non è questione di voler nascondere – dice il vescovo – Ci sono questioni che impongono riserbo, consigliano pudore". Sugli ammanchi nelle casse della parrocchia e sul perché la Diocesi non si sia mossa prima, il vescovo di Prato però preferisce non dire nulla, riportandosi a quanto scritto martedì nel comunicato della Curia, quello della «fattiva collaborazione». Nei prossimi giorni don Spagnesi, difeso da Costanza Malerba e Federico Febbo, sarà interrogato dal gip e forse aggiungerà ingredienti a una storia che non sarà facile dimenticare per la Diocesi.