Stalking e violenza privata su una dipendente: imprenditore condannato

Un'aula di tribunale (Foto d'archivio)

Le indagini che hanno portato al processo sono state coordinate dal pm Egidio Celano della procura di Prato

PRATO. Quando Giulia se ne va dall’azienda, dopo dieci anni di maltrattamenti, insulti – “troia, maiala” – e proposte oscene – “ti metto a pecora”, “fammi una pippa” – il datore di lavoro la provoca: «Pensi di denunciarmi? Vai, vai. Voglio proprio vedere che mi fanno». Ora ha una risposta. Il tribunale di Prato lo condanna a un anno, al risarcimento danni della sua ex dipendente e anche al pagamento delle spese legali. Giulia (nome di fantasia per tutelare l’identità della vittima) quasi non crede alla sentenza. La pena può sembrare “limitata” per dieci anni di soprusi. Non lo è se si pensa che il giudice, quando pronuncia la sentenza, avverte che ha cambiato anche il capo di imputazione: non più maltrattamenti sul luogo di lavoro, ma stalking e violenza privata.

Proprio così. Giulia ottiene che la legge riconosca che il suo ex datore di lavoro – 56 anni, ora anche ex incensurato – l’ha perseguitata per gli anni in cui è rimasta a lavorare nella sua ditta di confezioni, in provincia di Firenze. Bloccata in quel posto dalla necessità: di pagare le bollette, pagare l’affitto, la benzina, le medicine alla madre. Ora non è più così. Oggi Giulia ha un altro impiego. La depressione causata dai maltrattamenti, dagli approcci sessuali subiti sul lavoro è più lontana. Per superare il decennio di abusi ci vorrà ancora tempo. Lontana dalla violenza. «Tutte le mattine, quando mi presentavo al lavoro, il datore di lavoro mi apostrofava in questo modo: “Buongiorno, come ti senti? Vieni a farmi una pippa”». Ed era solo l’inizio.

Ogni volta che Giulia contestava i comportamenti del datore di lavoro c’erano due possibili reazioni: lui che la prendeva per il collo e l’attaccava alla macchinetta del caffè con commenti del tipo “Eccola la paladina dei diritti del cazzo”; lui che la sottoponeva a umiliazioni fisiche. «Quando rispondevo ai suoi insulti, alle sue proposte oscene, veniva al mio tavolo di lavoro – aveva già raccontato Giulia a Il Tirreno – spezzava le penne, le matite e poi mi afferrava i polsi. Anche se provavo a divincolarmi, mi sbatteva con la pancia sul tavolo, si metteva sopra di me poi mi afferrava la testa, me la girava e mi infilava la lingua nell’orecchio. Lo ha fatto cento volte. No, duecento. No forse di più. Ho smesso di contarle».

Ma Giulia non ha smesso di pensarci. E, infatti, si è presentata alla Cgil dove ha iniziato una causa di lavoro con l’avvocata Marina Capponi. E poi, attraverso lo Sportello Donna del sindacato, anche quella per maltrattamenti sui luoghi di lavoro. A seguirla l’avvocata Amelia Vetrone. Che, teste dopo teste, insieme a Giulia e alla sua testimonianza, è riuscita a dimostrare i dieci anni di violenza e di atti persecutori. Che si sono tradotti nella condanna a un anno (con la pena sospesa, perché l’imputato era incensurato) e il «risarcimento del danno da liquidarsi in separata sede civile». Ma intanto, l’imprenditore dovrà pagare a Giulia, in sede provvisionale, tremila euro. Questo, tanto per cominciare. Le indagini che hanno portato al processo sono state coordinate dal pm Egidio Celano della procura di Prato.