Le pietre sulla piazza di Carmignano per non dimenticare gli otto deportati

A Carmignano la cerimonia dell'inaugurazione degli "inciampi" per non dimenticare gli otto deportati

Oggi, domenica 9, l’inaugurazione degli “inciampi” disposti in un cerchio. Sei di loro morirono nei lager, solo due riuscirono a tornare

CARMIGNANO. Epo ha finalmente la sua pietra della memoria. E con lui altri sette carmignanesi. Otto pietre a comporre un cerchio che ricorda quello d’Europa: faccia a vista d'ottone, affondate nel selciato di piazza Matteotti, di fronte al palazzo comunale nel centro di Carmignano. Sono state inaugurate oggi. Tanta gente, molti giovani e bella cerimonia con musica e coreografia. E anche la data, alla fine, non è casuale: ai primi di maggio (del 1945) fu infatti liberato il campo di Mauthausen e Ebensee in Austria, dove quasi tutti gli otto deportati carmignanesi furono trattati per giorni e mesi come schiavi e dove, salvo due superstiti, morirono.
L’appello a ricordare chi dai lager nazisti, settantasei e più anni fa, non è mai tornato, era partito da Seano tre anni fa. Facciamolo con una pietra piantata nel mezzo di una piazza o di una via frequentata, aveva proposto Mario Fortini, vicesindaco una trentina di anni fa, attivo tuttora nel sindacato dei pensionati Cisl. Facciamolo per inciampare sulla memoria, perché non si riduca a una cerimonia una volta l’anno. I nomi, allora, erano quelli di Epo Tofani e altri cinque carmignanesi. Il Tirreno aveva raccontato le loro storie. Il sindaco Edoardo Prestanti e l’assessora Stella Spinelli avevano raccolto l’idea. In palazzo comunale nel frattempo hanno condotto altre ricerche. Un paio di nomi sono stati cancellati, quattro si sono aggiunti e le targhe sono diventate otto, compresi i deportati che tornarono. Otto carmignanesi o poggesi, perché all’epoca il comune era unico, che per lo più vivevano a Prato o nell’empolese nel 1944. «Non dimenticandoli avete evitato che morissero due volte» ringrazia Aurora Castellani, presidente della Fondazione del Museo della deportazione di Prato, scrigno locale della memoria.
Epo Tofani di Comeana, che lavorava al carbonizzo del Mazzei di Coiano, fu catturato l’8 marzo 1944 alla Madonna del Berti a Prato, mentre si recava a lavorare. La sua colpa fu quella di aver partecipato agli scioperi qualche giorno prima e forse neppure questo: semplicemente si trovò nel posto sbagliato al momento sbagliato. Alvaro Arrighi, di Seano, quando fu arrestato a Prato e deportato a Ebensee non aveva ancora 17 anni e fu tra i più giovani pratesi deportati dopo gli scioperi del 1944. Anche Dino Cioppi, poggese, era giovanissimo, diciassette anni pure lui, ma sopravvisse. Nel 1944 lavorava in una filatura in via Filicaia e viveva a Prato in via Dagomari. Il 7 marzo era tornato a Carmignano per richiedere il certificato di morte del padre. Al ritorno viene fermato a Porta Santa Trinita, condotto al Castello dell’Imperatore, quindi alla Scuole Leopoldine e il giorno dopo messo su un treno con destinazione Mauthausen. Nel 1960 scriverà su un agenda le proprie memorie. Morirà a 50 anni nel 1977, minato nel fisico dalla prigionia, costretto per mesi a scavare gallerie adibite a officine di armi e carri blindati. Sulle pietre incassate nel pavimento della piazza c’è anche il nome di Giuseppe Martelli: carmignanese, aveva 36 anni quando fu arrestato a Limite sull’Arno nell’empolese l’8 marzo. Le forze lo abbandoneranno un mese prima della liberazione del campo di Ebensee, il 7 aprile 1945, e il 27 gennaio di ogni anno, il giorno della memoria, il figlio Paolo, poeta del Grillo canterino, manda al Museo di Figline un poesia per ricordarlo. E poi Guido Palandri, carmignanese come Giuseppe, classe 1901 ed anche lui preso a Limite sull’Arno mentre se ne andava a lavoro, Umberto Caiani, poggese e il più anziano del gruppo, morto ad Ebensee tre mesi prima di compiere cinquantadue anni, arrestato in piazza del Comune a Prato la mattina dell’8 marzo mentre andava a riscuotere la pensione della sorella. Ancora Natale Benelli, carmignanese, classe 1899, scomparso anche lui ad Ebensee, il 25 aprile 1945 quando l’Italia festeggiava la sua liberazione. Tutti inghiottiti nei lager nazisti. C’è anche il nome di Lindo Frati: di nuovo un poggese, militare, arrestate a gennaio del 1943 e che, quando fu portato a Dachau a settembre dello stesso anno, ancora non aveva compiuto 34 anni. Lui però sopravvisse. Si trasferì a Sesto Fiorentino e lì è vissuto, fino al 1997. —

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