La Liberazione dei tifosi del Prato, il canarino vuole uscire dalla gabbia

Un tifoso festeggia la cessione del Prato davanti al Museo Pecci (foto Batavia)

La cessione della squadra dopo 42 anni riaccende le speranze dei sostenitori biancazzurri. Alla nuova proprietà il compito di non deluderle

Con quattro giorni o se preferite 42 anni di ritardo i tifosi superstiti del Prato hanno celebrato ieri, 29 aprile, la loro personale Liberazione. Alcuni aspettavano questo giorno dal secolo scorso, altri non ce l’hanno fatta a vederlo, molti in queste ore dimenticano la tristezza della Serie D ed esultano come per la vittoria di un campionato. Si sentono liberati da una famiglia, i Toccafondi, che per due generazioni ha legittimamente posseduto la società di calcio, ma ha avuto oggettivamente la colpa di allontanare tanta gente dallo stadio (prima di perderlo, lo stadio) con una serie di campionati anonimi e una contrapposizione divenuta ormai insanabile con la tifoseria e con una parte della città, compreso il sindaco.

Ecco perché oggi quelli che per anni hanno gridato invano “Toccafondi vattene” festeggiano su Facebook sulle note di Vasco Rossi (Liberi liberi) e sperano in qualcosa di meglio. Sono quelli che per decenni hanno vissuto la frustrazione di vedere le squadre di tutti i capoluoghi di provincia toscani (con l’eccezione di Massa, e in certi casi anche non capoluoghi, come Empoli) approdare alla Serie B o alla Serie A mentre i canarini del Prato immalinconivano nella gabbia della Serie C per finire poi nella Caienna della D. Hanno visto il Siena lottare per l’Uefa, l’Empoli giocare a Zurigo, la Pistoiese vincere a Firenze, mentre il Prato sudava per strappare un pareggio con la Sanremese e come unico ricordo buono per riscaldare questo inverno calcistico del cuore rimaneva quella vittoria dell’agosto 2002 contro la Fiorentina, quando si chiamava ancora Florentia Viola, in Coppa Italia di Serie C.

Di fronte alle proteste dei suoi detrattori, la famiglia Toccafondi ha sempre opposto i numeri dei bilanci in ordine, caso più unico che raro nel panorama del calcio professionistico, gliene va dato atto, senza però capire che il calcio non è fatto solo di numeri e di bilanci, ma ha bisogno anche della poesia, ha bisogno della prospettiva di una possibile promozione, una prospettiva che da ormai troppo tempo manca al Prato e alla città di Prato. La conseguenza è stata una desertificazione del tifo e l’allontanamento dei più giovani dai colori biancazzurri. Un fenomeno col quale stanno facendo i conti anche gli squadroni, come ha ricordato pochi giorni fa lo stesso Andrea Agnelli tentando di difendere l’indifendibile Superlega, ma che a Prato ha assunto le dimensioni di una diaspora.

Ci vuole una bella passione per farsi tre ore di macchina e vedere l’Arsenal pareggiare 0-0 a Southampton (Nick Hornby, “Febbre a 90’”) ma ce ne vuole una ancora più grossa per andare a Oste (!) a vedere il Prato che pareggia 2-2 col Sasso Marconi penultimo in classifica. E quel tifoso biancazzurro che si è preso sette anni di Daspo per aver invaso il campo è l’emblema di una frustrazione ormai diventata cronica.

Ma può darsi che sotto la cenere ci siano le braci di una passione non ancora definitivamente spenta. Nel calcio si fa presto a rianimarsi. I tifosi celebrano la fine della “Toccafondese” e salutano la nascita di un nuovo Prato. Una bella responsabilità per i nuovi padroni. A loro spetta il compito di non deludere le speranze, senza proclami ma coi fatti. Per esempio riportando il Prato a casa sua, dentro lo stadio Lungobisenzio.