Truffa delle mascherine, l'aula è piccola e il processo slitta a settembre

Il giudice dell'udienza preliminare ha rinviato per il rischio di contagio Covid. La Regione dovrà aspettare altri cinque mesi per recuperare quasi due milioni di euro

PRATO. La Regione dovrà aspettare almeno altri cinque mesi prima di recuperare i quasi due milioni di euro sottratti alle casse pubbliche da un gruppo di confezionisti cinesi ora imputati a vario titolo per frode nelle pubbliche forniture, truffa e sfruttamento della manodopera clandestina. E' infatti slittata a settembre l'udienza davanti al gup Lippini nella quale oggi, 6 aprile, avrebbero dovuto essere accolti i patteggiamenti per i 15 imputati. Si tratta dell'inchiesta condotta dai sostituti procuratori Lorenzo Gestri e Lorenzo Boscagli che nel giugno 2020 accertò la fornitura di oltre 6 milioni di mascherine prive dei requisiti di legge all'Estar, l'ente regionale che si occupa di rifornire gli ospedali. Un'altra fornitura di 93 milioni di mascherine destinate alla Protezione civile nazionale fu bloccata in tempo.

Oggi, dunque, la Procura contava di tirare le fila di un procedimento che è stato relativamente rapido, in tempi di Covid, ma è stata proprio l'epidemia a metterci lo zampino. Il giudice dell'udienza preliminare Alessandro Lippini ha valutato che l'aula era troppo piccola per mantenere il distanziamento tra gli avvocati e dunque ha rinviato di cinque mesi. Dunque se ne riparla a settembre.

All'inizio dell'emergenza Covid era stato il presidente del Tribunale a dare disposizioni per evitare il rischio di contagio e sono i singoli giudici a valutare se gli spazi sono sufficienti.

Gli imputati nel procedimento sulla truffa delle mascherine sono Hu Weiling, Hong Guolong, Hon Guo Yu, Hong Shangzhu, Hu Yuling, Huang Genguo, Hu Hetong, Hu Jianqiu, Zhu Longjie, Zheng Xiaxia, Wu Weilian, Liang Yiguan, Wang Chunping, Fang Jialong e Chen Xiaobin. Al centro della maxi-frode nella fornitura delle mascherine c'era Gruppo Y.L. della famiglia Hong che aveva subappaltato la commessa a decine di aziende che secondo la Procura sfruttavano la manodopera clandestina. Ma la famiglia Hong non è accusata di sfruttamento della manodopera.