Contenuto riservato agli abbonati

Agguato in Congo, la politica dà la colpa al funzionario pratese

Il recupero delle salme dopo l'agguato in Congo

L'attacco del senatore Giro (Forza Italia): "Spieghi perché non c'era la scorta". I dubbi del ministro degli Esteri Di Maio. La sorella: "Ha rischiato di morire, spero non debba subire anche questo"

PRATO. E’ scampato per miracolo all’agguato nel quale hanno perso la vita l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista congolese Mustapha Milambo, ma ora Rocco Leone, il funzionario pratese del World Food Programme, un’agenzia delle Nazioni Unite, rischia di non scampare alle polemiche politiche dopo l’assalto di lunedì nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo.

"Rocco Leone, responsabile del programma, sopravvissuto all'attacco di una banda di ladri in Congo, perché di questo si tratta e non di azioni terroristiche, dovrà spiegare perché non ha chiesto la scorta per proteggere il nostro ambasciatore” ha dettato ieri alle agenzie il senatore di Forza Italia Francesco Giro, già sottosegretario con Berlusconi, di cui è stato anche ghost writer. “È lui il responsabile di queste operazioni anche sotto il profilo logistico – ha aggiunto Giro - E lo dovrà spiegare per bene. E non si potrà limitare a dirci che la strada era considerata routinaria. In Congo non c'è nulla di routinario".

Probabilmente Leone ha già parlato di questo coi carabinieri del Ros, inviati a Kinshasa per ricostruire la dinamica dell’agguato, ma questo inizio di polemica non rende certo felici i familiari del funzionario. “Col senno di poi tutto si può fare meglio – commenta la sorella Emanuela, che vive a Prato – E’ chiaro che se ci fossero state 15 guardie del corpo la situazione sarebbe stata diversa, ma non ci dimentichiamo che Rocco era lì, anche lui ha rischiato di morire, è vivo per miracolo e si è salvato solo perché era rimasto un po’ indietro. Evidentemente non era la sua ora e di questo ringraziamo Dio. Spero che oltre a quello che ha passato non debba subire anche dell’altro”.

In altre parole, Rocco Leone, 56 anni, cresciuto a Prato con gli scout e da più di 20 anni impegnato nei programmi di assistenza alimentare in Africa, non ha mandato altri allo sbaraglio, come forse ventila lo stesso ministro degli Esteri Luigi Di Maio che ha chiesto all’agenzia dell’Onu una relazione dettagliata sulle misure di sicurezza prese, ricordando che il viaggio dell’ambasciatore Attanasio era in carico alle Nazioni Unite.

Lo stesso presidente del Congo, Felix Tshisekedi, ieri ha dato disposizioni affinché gli ambasciatori e i diplomatici stranieri in generale non potranno più viaggiare da Kinshasa verso il resto del paese senza informare in precedenza il ministero degli Affari esteri congolese. Nel paese africano, riferiscono le agenzie, ha destato molti interrogativi il fatto che i due veicoli del World Food Programme a bordo dei quali viaggiavano l'ambasciatore e il funzionario dell’agenzia fossero privi di scorta. Le autorità della polizia locale hanno sostenuto di non essere state al corrente della presenza del diplomatico nella regione.

“Rocco fa il suo lavoro con passione – dice ancora la sorella – E’ entrato nel programma alimentare quando era molto giovane, ha passato un po’ di tempo a Roma e molto tempo in Africa. E’ sempre stato contento di quello che faceva, ovunque lo mandassero”.

Ora lo rimanderanno in Italia, ma ancora non si sa quando. Ha risposto alle domande dei carabinieri e dovrà rispondere alle domande della Procura di Roma quando tornerà, sperando di non diventare il capro espiatorio di una storia molto più grande di lui.