A 25 anni ha lottato per due mesi contro il Covid: "E ho scritto tutto"

Virginia Nesi col suo libro “Mezzo sospiro di sollievo” appena pubblicato

Dal diario di Virginia Nesi, giornalista di Prato, è nato un libro. «Non parlo di me ma delle belle persone che ho incontrato negli ospedali»

PRATO. Settantotto pagine che raccontano due mesi di vita a tu per tu con il Covid-19 e, soprattutto, tratteggiano il profilo delle persone – medici, infermieri, addetti alle pulizie, operatori del 118, altri pazienti – in lotta contro lo stesso nemico invisibile. È “Mezzo sospiro di sollievo”, il libro scritto da Virginia Nesi, 25enne giornalista pratese colpita per due volte dal coronavirus. Uscito il 12 gennaio in formato digitale, edito da Piemme per la serie Molecole – che mette insieme riflessioni di diversi autori sulla pandemia – l’esordio letterario di Nesi è un diario che percorre giorno dopo giorno in prima persona l'esperienza vissuta dall’autrice: da quando il 6 ottobre 2020 è risultata positiva per la prima volta al virus al Policlinico Gemelli di Roma a quando il 1° dicembre scorso, nella sua casa della Querce, le è arrivata la notizia di essere finalmente negativa (per la seconda volta).

«Non è la mia storia – precisa Nesi – ma un insieme di storie e persone diverse: tutte quelle che in questi 57 giorni hanno combattuto con me (e ancora oggi combattono) il virus». Laura, Giulia, Stefano, Eleonora, Leonardo, Mattia e tanti altri. «Quando sei lì ogni giorno a lottare insieme rimangono certi legami – spiega l’autrice – e sembra di conoscersi da sempre». L’idea del diario è nata uno dei primi giorni di ricovero al Columbus, la struttura per i pazienti Covid del Gemelli, da una riflessione sul coraggio di un’addetta alle pulizie.

«Ho pensato che ogni giorno prima dell’alba quella donna si sveglia, fa 30 chilometri di strada ed è in prima linea contro il virus, per uno stipendio probabilmente non alto – ricorda la scrittrice – Non potevo restare lì ferma a guardare perciò ho deciso di raccontare, trascinando il mio lavoro in questa esperienza». Cosa che le è servita anche a rendere più lievi i giorni di malattia, trascorsi sotto gli occhi di una telecamera accesa 24 ore su 24.

«Come in 1984 di Orwell – scherza l’autrice – Scrivere è una distrazione, ti fa sentire leggera. Quando sei dentro una spirale di dolore, dove domina l’irrazionalità, è un sollievo e ti aiuta a ordinare il pensiero. Poi così le sensazioni di quei giorni sono rimaste fissate e non se ne andranno. Anche se – confessa – per ora non sono riuscita a rileggere il libro: ogni volta è come rivivere tutto». Tra i momenti più duri quello in cui la sua vicina di stanza al Columbus non ce l’ha fatta.

«Il fischio del suo saturimetro me lo ricordo ancora – racconta Nesi – mi è rimasto nella testa. E anche il carro funebre che ho visto dalla finestra. Quando vedi cose così non pensi più ai bollettini, ai numeri, ma alle persone e alla sofferenza delle loro famiglie. Non conoscevo il viso di quella donna, ma di là poteva esserci chiunque: una nonna, una mamma, un’amica, insomma una persona». Ma il momento della lotta al Covid della pratese – che l’ha portata anche all’ospedale Santo Stefano di Prato e poi all’hotel Caravaggio a Firenze, adibito ad albergo sanitario – in cui ha avuto più paura è stato quando anche alcuni suoi familiari, come riporta nel libro, sono stati contagiati: «Ho sentito un vuoto sotto i piedi – ricorda – Su te stesso hai la percezione di come stai e la forza di volontà, ma sugli altri no. Perciò, anche se cerco sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno, ho avuto paura».

Virginia Nesi ora è guarita, “La battaglia e finita. Ho vinto io. Abbiamo vinto noi” dice alla fine del libro. E quel mezzo sospiro di sollievo che ha tirato più volte nel suo percorso e lungo le pagine del diario adesso, forse, può diventare intero (noi glielo auguriamo). «Io e i miei familiari siamo stati fortunati – commenta – ma non per tutti è così. Il Covid è una malattia che non ti permette di stare tranquillo un attimo, è imprevedibile. Molte persone si sentono intoccabili, ma può venire a chiunque, compresi i giovani come me».

Parte del ricavato del libro andrà al Policlinico Gemelli. Un gesto che è un ringraziamento a quegli “uomini e donne che si sono presi cura di me senza risparmiarsi” scrive Nesi, che definisce queste persone non eroi ma modelli di vita.