Caporalato nei cantieri in Toscana: tre condanne e una sfilza di rinvii a giudizio

Il reclutamento degli operai (archivio)

Si è conclusa l'udienza preliminare nel procedimento nato dall'inchiesta "Cemento nero" nelle province di Prato, Pistoia e Firenze. Cgil ammessa come parte civile

PRATO. Tre condanne e una sfilza di rinvii a giudizio. Questo l'esito dell'udienza preliminare celebrata lunedì 23 novembre nel procedimento penale nato dall'inchiesta "Cemento nero" sul caporalato nel settore dell'edilizia che nel mese di maggio aveva portato a 11 arresti per lo sfruttamento degli operai nei cantieri tra Prato, Firenze e Pistoia in seguito alle indagini della squadra mobile della polizia. Le condanne al termine del processo con rito abbreviato sono state decise del giudice dell'udienza preliminare Francesca Scarlatti nei confronti di Said Ahmed Eid Mohamed (3 anni), Mulay Driss Essaadi (2 anni, un mese e 10 giorni) e Hamid El Haouassi (2 anni e due mesi). I tre stranieri erano stati accusati di essere i "caporali" agli ordini di Vincenzo Marchio, imprenditore edile di 45 anni nella cui difesa è subentrata Olivia Nati, unico italiano tra gli arrestati, già titolare della Eurocostruzioni 75, che è stato rinviato a giudizio insieme agli altri indagati nell'inchiesta del sostituto procuratore Lorenzo Gestri. Uno degli arrestati aveva già ottenuto il patteggiamento. Per tutti gli altri il processo inizierà il 10 febbraio.

L'indagine era partita nell'estate 2018 dalla testimonianza di un operaio sfruttato che si era rivolto alla Cgil di Firenze, ora ammessa come parte civile. Agli indagati sono state contestate a vario titolo le accuse di associazione per delinquere, intermediazione illecita, sfruttamento del lavoro, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, impiego di lavoratori non in regola con le norme in materia di immigrazione e falsità ideologica in certificati commessa da persone esercenti un servizio di pubblica necessità nel settore edile.

Il sistema scoperto era semplice: gli stranieri venivano reclutati quotidianamente presso un punto di ritrovo nella zona delle Badie, a Prato, trasportati sul luogo di lavoro con auto e pullmini e impiegati nella costruzione di case e negozi in oltre 30 cantieri tra diverse provincie italiane, tra cui Firenze, Prato e Pistoia. Tutti lavori di ristrutturazioni private in case, ville e palazzine, tranne in un caso, fuori dalla Toscana, nel quale la ristrutturazione ha riguardato una scuola pubblica.

Tra gli indagati in stato di libertà, per i citati reati nell'inchiesta, figurano anche due consulenti italiani, Federico e Stefano Guarducci, che tramite la loro società, con sede a Prato, avrebbero attestato falsamente la frequentazione di corsi sulla sicurezza degli operai affinchè quest'ultimi risultassero qualificati sotto questo aspetto. I due hanno chiesto la messa alla prova e la loro posizione verrà valutata dal giudice tra sei mesi.

“Questa del Tribunale di Prato è una importante sentenza che dà ragione al grande lavoro svolto negli anni dalla Fillea Cgil la quale, in perfetta solitudine nel settore edile fiorentino, denunciava la gravità dei fatti contenuti nell’inchiesta”, dice Marco Carletti, Segretario generale della Fillea Cgil Firenze, che ringrazia la Procura e gli organismi inquirenti per il lavoro svolto. E aggiunge: “Riteniamo questa sentenza un esempio per tutti: per la città, per gli organi decisori, per gli organismi di controllo, per le parti sociali. Ringraziamo la Procura e gli organismi inquirenti. I fatti raccontati dall’inchiesta "Cemento nero" non sono un caso isolato, di questo siamo certi. Noi continueremo ad impegnarci tenacemente per ottenere, con i fatti e non con le parole, il pieno rispetto delle leggi e dei contratti collettivi di lavoro in tutti i cantieri edili dell’area metropolitana di Firenze, e per coinvolgere alla responsabilità tutti gli utilizzatori di questi sistemi”.