I ricordi, i fiori, i sacrifici: no, la mia cara nonna non sarà mai un numero

Un'immagine della Rsa di Comeana e Ilva Biancalani

La nipote della centenaria morta nella Rsa di Comeana ci ha inviato questa lettera per ricordare a tutti che dietro ogni vita che il coronavirus si porta via c'è un mondo che perdiamo

Valentina Cirri ha perso la nonna Ilva, morta per il coronavirus. Ilva Biancalani stava per festeggiare il traguardo dei 100 anni ed è stata la prima vittima nella Casa di riposo di Comeana (comune di Carmignano, nel Pratese)  diventata tristemente famosa per i tanti, troppi morti. La nipote ci ha inviato questo ricordo della nonna:

 

In memoria di mia nonna, Ilva Biancalani.

Da giorni, dopo la sua morte del 15 marzo, Ilva Biancalani è diventata la nonna della Rsa di Comeana, che avrebbe compiuto 100 anni il prossimo 4 luglio. Così hanno scritto di lei i giornali.

Era nata nel 1920, la più piccola di tre figli, in una famiglia in cui l’unico a lavorare era il babbo, scalpellino alle cave di Comeana. Per tutta la vita è stata una persona silenziosa, mite e religiosa, che ha nutrito valori genuini. Ho pensato spesso che abbia vissuto così a lungo perché aveva fatto la guerra: aveva venti anni durante il conflitto e raccontava che durante i bombardamenti fuggiva per i campi per evitare le bombe, oppure che la notte dell’11 giugno 1944 scoppiarono dei vagoni carichi di tritolo alla stazione di Carmignano, non lontano dalla frazione di Poggio alla Malva e che, per lo spostamento di aria, la finestra le cadde sul letto.

Non amava molto uscire dal suo paese, Comeana; diceva che stava bene a casa sua e credo anche che l’unico viaggio che abbia fatto sia stato il viaggio di nozze, avvenuto dopo il matrimonio nel 1952, col nonno Leto, che lavorava come operaio in una fabbrica a Prato. Anche lei aveva lavorato come operaia tessile, prima alla Columbus di Empoli e poi alla ex Gover di Firenze. Un giorno, a causa di un incendio dei macchinari ebbe un infortunio: si bruciò alle gambe, le tenne fasciate per giorni e poi alla fine si riprese.

La determinazione nel silenzio è stata il filo rosso che ha caratterizzato la sua esistenza: la nonna rimase vedova molto giovane, aveva 45 anni e il mio babbo Alessio ne aveva appena undici. Erano gli anni Sessanta inoltrati ed aveva bisogno di un lavoro, così per andare avanti mise su, in casa, una piccola attività di maglieria lavorando instancabilmente giorno e notte.

Ha iniziato ad ammalarsi quando avevo sedici anni, c’è voluto molto tempo per accettare che la sua malattia l’avrebbe deteriorata nel fisico e nello spirito, rendendo impossibile qualsiasi tipo di comunicazione. Nel 2007 cadde per le scale e da allora ci fu un tracollo graduale: le parole sbiadirono, gli oggetti non ebbero più un nome e alla fine iniziò a non riconoscerci più.

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Dal 2014 stava nella Rsa di Comeana, la sua salute era ulteriormente peggiorata. Al dolore della sua malattia se ne è aggiunto un altro: la nonna è morta sola, circondata da persone, che per quanto la curassero, non erano noi. La pandemia ci ha tolto la possibilità di salutarla per l’ultima volta e a lei, che era una persona di fede, di avere un funerale. Io me la ricorderò sempre mentre trascorreva i pomeriggi, nella sua camera da letto, a recitare a memoria le preghiere, oppure intenta ai fornelli a preparare piatti deliziosi.

Resterà in tante cose: nel suo passo svelto, nella sua pettinatura nera raccolta, nelle passeggiate per i campi a raccogliere i fiori, nella disciplina del fare le cose per bene e non per il semplice dovere di farle, nelle calle, i suoi fiori preferiti, e nella ricetta delle polpette di Carnevale.

Per queste e per altre cose mi sarà impossibile non pensarla. Non sarà mai un numero dei mille mila morti del Covid-19. Per me sarà per sempre la mia nonna.