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Rsa di Comeana, parla il fratello di una delle vittime: "Dovevano fare subito i tamponi a tutti gli anziani"

La Procura apre un fascicolo sui decessi nella struttura che sono stati sei dall'inizio dell'epidemia

PRATO. È stato fatto tutto il possibile per limitare il contagio nella Casa accoglienza anziani di Comeana? È la domanda a cui cerca di rispondere il procuratore Giuseppe Nicolosi, che ha aperto un fascicolo sulle morti degli anziani nella casa di riposo, già sei dall’inizio dell’epidemia di coronavirus. È un fascicolo senza indagati e al momento senza ipotesi di reato, un cosiddetto “modello 45”, quelli iscritti nel registro degli atti che non costituiscono notizie di reato. Toccherà ai carabinieri del Nucleo investigativo riempirlo di contenuti, referti medici; comunicazioni tra la direzione della casa di riposo e l’Asl Toscana Centro, per esempio, o la Regione; le lettere inviate dal sindaco Edoardo Prestanti alla stessa Asl; eventuali testimonianze degli operatori o degli ospiti.

Nicolosi non ha aspettato la massima diffusione del contagio per muoversi. Il fascicolo infatti è stato aperto dopo il primo decesso, quello della centenaria Ilva Biancalani, la “nonna” della casa di riposo, avvenuto ormai tre settimane fa. E l’indagine potrebbe allargarsi anche ad altre strutture, per esempio alla casa di riposo di via Chiarugi a Mezzana, dove in questi giorni stiamo assistendo allo stesso triste copione andato in scena a Carmignano.


Al momento, però, come detto, non ci sono ipotesi di reato e nessuno può sapere se mai ci saranno. Dipenderà dagli elementi che verranno raccolti dai carabinieri.

Finora le cronache si erano occupate, oltre che dei morti, soprattutto del botta e risposta a distanza tra i sindaci di Carmignano e Poggio a Caiano da una parte e la Regione e l’Asl Toscana Centro dall’altra. Oggetto del contendere la mancata esecuzione dei tamponi su tutti gli anziani dopo i primi otto casi positivi; e il mancato trasferimento dei positivi dopo che se ne erano trovati altri 14 (oltre a 15 operatori) con la minaccia del sindaco Prestanti, poi rientrata, di chiudere la struttura.

«Dovevano fare il tampone subito a tutti – commenta Fosco Manni, fratello di Danilo, la terza vittima a Comeana – Forse non hanno capito, non so nemmeno se è stato un errore. Davvero non saprei, è successo tutto all’improvviso. Certo, se li avessero presi in tempo era meglio».

«Danilo era a Comeana dal 2013 – aggiunge il fratello – e ci si trovava bene. Il 9 marzo ho chiamato perché aveva un appuntamento dal dentista e mi hanno detto che non potevo andare perché era risultato positivo al virus. Una decina di giorni dopo l’hanno trasferito in ospedale perché aveva problemi di respirazione ed è stata l’ultima volta che l’ho visto, una videochiamata, aveva la maschera, ci siamo salutati, lui ha alzato un braccio come per darsi o per darmi coraggio, forza che ce la facciamo. Poi però mi hanno chiamato dall’ospedale e la dottoressa mi ha detto che non c’era più nulla da fare, solo aspettare. Noi abbiamo chiamato tutti i giorni ma non era possibile andare in ospedale».

Danilo Manni aveva 80 anni ed era celibe. Fosco era tutta la sua famiglia.

«Credo che il virus sia stata solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso – dice il fratello – Danilo aveva una polmonite cronica e bastava poco. Certo, se avessero fatto subito i tamponi...». – p. n.

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