È morta la “nonna di Prato”: Dina ci lascia all’età di 110 anni

Dina Petracchi

Era originaria di Carmignano e dagli anni Sessanta si era trasferita in città a Grignano. Quando nacque nel 1909 al governo c’era Giolitti e Mussolini era un sindacalista

PRATO. Si è spenta ieri, 2 marzo, all’età di 110 anni la “nonna di Prato”. Dina Petracchi, originaria di Carmignano, abitava a Grignano ed era certamente la donna più anziana di Prato, seconda in Toscana dietro soltanto a Velasca Tanganelli di Buggiano, che di anni ne ha già compiuti 112. L’età aveva costretto da qualche tempo nonna Dina a letto. Ma fino a qualche anno fa sembrava una ragazza, con quelli occhi vispi e lo sguardo ironico e curioso del mondo. Gli stessi occhi della foto, che si riferisce appunto a quella festa di compleanno. Come il fratello Giuseppe, Dina è nata a Carmignano. Lui è sempre rimasto sulle colline medicee: contadino, ballerino e gran camminatore. Lei, subito dopo essersi sposata con un maresciallo dei carabinieri, ha iniziato a girare per la Toscana, di caserma in caserma, per poi, una volta andato in pensione il marito Arturo, trasferirsi nel 1961 a Prato. E lì ancora vive, a Grignano con il figlio Cesare. «Carmignano le è però sempre rimasta nel cuore» racconta Marisa, la figlia.

Quando Dina è nata, il 1° novembre 1909, la politica italiana era dominata da Giolitti e alla guida del governo stava per salire Sidney Sonnino. Di lì a pochi giorni sarebbe iniziato il primo campionato di calcio a girone unico di massima serie, che l’Inter avrebbe vinto imponendosi sulla Pro Vercelli. Benito Mussolini era un anarco-sindacalista e dirigeva il giornale del partito socialista. Tutta un’altra epoca, insomma: tutto un altro mondo.
Dina, che probabilmente è stata la più longeva carmignanese di sempre, faceva la mezzadra. «Con il nonno abitavano al Becio, la casa sopra il cimitero dove i Petracchi hanno abitato e coltivato la terra fin dalla metà del Seicento: un primato premiato con tanto di medaglia nel corso del Ventennio fascista» raccontò il nipote Fabrizio Buricchi, ex assessore alla cultura in Comune, in occasione della festa per le 109 candeline. «Delle loro origini sono sempre stati orgogliosi» disse.

Il babbo avrebbe voluto che Dina sposasse un contadino, figlio magari di una famiglia numerosa e con tante braccia. Lei scelse per amore un carabiniere e lo seguì nel senese ed aretino, fino all’ultimo incarico in Valdarno. Nel mezzo ci sono state la guerra - da cui Arturo, spedito in Africa, è comunque tornato - e mille altre avversità: l’ultima la morte del marito, nel 1990. «Ma la mamma – racconta Marisa – si è sempre rialzata: una donna normale, come tante, ma forte e risoluta». Bravissima a cucinare, brava nel ricamare e nel lavorare la raffia, la paglia e i cappelli, che era un mestiere diffuso allora tra le donne a Carmignano. Affezionatissima ai tanti nipoti. Una donna di casa a tutto tondo, che dalla provincia toscana ha visto sfilare davanti ai suoi occhi due secoli.
«È stata la testimone di buona parte della storia della famiglia di mia madre - l’ha ricordata ieri il nipote Fabrizio - (famiglia rurale premiata al secondo posto nel 1929 per aver abitato la stessa casa a Carmignano dalla fine del 1600 e quindi 1/3 di quella storia l’ha vissuta personalmente). Riposa in pace zia e che la terra ti sia lieve».

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