Sessant'anni senza saltare una partita del Prato in casa: un tifoso da record

Andrea Gori nel salotto di casa sua

Andrea Gori si è innamorato dei colori biancazzurri quando era un ragazzino e non ha mai smesso di andare allo stadio. Il suo segreto: la buona salute e una moglie comprensiva

PRATO. Da Prato-Livorno del 1959 a Prato-Fezzanese del 2019: c’è un tifoso biancazzurro che le partite del Prato in casa se le è viste tutte negli ultimi 60 anni. A occhio e croce più di mille incontri, senza saltarne uno. Si chiama Andrea Gori, abita in via Filzi e va per i 75 anni, gran parte dei quali, la domenica, trascorsi allo stadio Lungobisenzio. Poche gioie e tante amarezze, ma sempre con l’identica passione del ragazzino che fu, tanto che non vorrebbe lo si definisse tifoso, semmai appassionato, che era anche il nome della rubrica che per tre stagioni ha tenuto su TvPrato.

Gori si è “fidanzato” col Prato quando non aveva ancora 15 anni. Aveva intenzioni serie e col tempo l’innamoramento è diventato un matrimonio. Ora è una passione matura che lo ha portato a celebrare le nozze di diamante con la squadra del cuore. Un malato di calcio, si direbbe, come ce ne sono altri, ma tanto più valoroso agli occhi dei suoi simili proprio perché gli è toccata in sorte una squadra che da decenni non lo ripaga con le soddisfazioni che meriterebbe. Facile tifare per la Juve, per l’Inter, perfino per la Fiorentina: prima o poi vieni premiato. Il tifoso del Prato invece è un nomade che attraversa il deserto. Ogni tanto trova un’oasi, ma è un sollievo effimero che si sconta con la sete eterna.

Andrea Gori in tenuta da stadio

Allora, Gori, ci racconti com’è nata questa storia d’amore col Prato.

«È un po’ una storia di famiglia. Gino Gori, mio zio paterno, ha giocato un paio di stagioni nel Prato come portiere. Ma è stato lo zio materno a portarmi la prima volta al Lungobisenzio. Si giocava contro il Livorno e si vinse 3-1. Da lì è nato tutto. Mio zio faceva il parrucchiere e aveva il negozio in via Muzzi, ci andavano a farsi i capelli i giocatori e capitava di incontrarli in settimana. Ero un ragazzino, mi sono appassionato».

Erano gli anni delle vacche grasse per i tifosi biancazzurri. In quella stagione il Prato fu promosso in serie B e a centrocampo giocava Lucio Dell’Angelo, il primo calciatore italiano col cartellino in comproprietà tra due squadre, il Prato e la Fiorentina. Sembrava l’inizio di un ciclo, come si usa dire, ma non fu così: retrocessione nel ’62, altre due stagioni nella serie cadetta e poi sempre l’inferno della C, che paragonato al triste presente sembra un paradiso. L’ultimo vero sorriso per i sostenitori biancazzurri risale al 28 maggio di tre anni fa e non a caso è un playout di Lega Pro. All’andata vince 2-0 la Lupa Roma, al ritorno laziali subito in vantaggio, la retrocessione è dietro l’angolo, ma il Prato pareggia, sorpassa, allunga 3-1 ed è festa. Andrea Gori era in tribuna, non c’è bisogno di chiederlo. Quand’era più giovane, però, era uno di quelli che stavano attaccati alla ringhiera dalla parte della Ferrovia («ma non sono mai stato per il tifo becero»).

Senta Gori, va bene la passione, ma per non saltare nemmeno una partita in casa servono almeno altre due cose.

«Ho capito che cosa intende. Facendo gli scongiuri, non ho mai avuto grandi problemi di salute, un paio di influenze in tutta la vita. Dunque quello non è stato un problema. Quanto a mia moglie, seguo la filosofia di Lucignolo quando dice a Pinocchio: “La fatina la brontola, lasciala brontolare, quando la si stanca la si cheta”. Diciamo che è stata molto comprensiva».

E però ci possono essere anche altri intoppi, comunioni, cresime, matrimoni...

«Per fortuna sono cose che spesso accadono quando il campionato è fermo, altrimenti ci si arrangia, si va di slalom. Vuole un esempio? Domenica c’era la cresima di mia nipote. Ho ingoiato il pranzo, mi sono alzato e ho salutato: “La mia presenza è richiesta altrove”. I parenti ormai si sono abituati».

La felpa del Gruppo Ringhiera

Il Lungobisenzio è chiuso ormai da più di due anni. Quanto manca lo stadio a uno come lei che ci ha passato una vita?

«Tanto, è normale che sia così. La stagione che abbiamo giocato a Pontedera venivano gli amici a prendermi, ma non era la stessa cosa, anche se devo dire che a Pontedera ci hanno trattato coi guanti. Ma di fatto abbiamo sempre giocato in trasferta. Ora che giochiamo a Oste è più facile arrivarci, ma come posso spiegarmi? Sull’abbonamento c’è scritto Ac Prato, sui biglietti singoli Jolly Montemurlo...».

Nel braccio di ferro tra il presidente Paolo Toccafondi e il Comune che ha portato all’estromissione del Prato dallo stadio, Andrea Gori sembra più dalla parte di Toccafondi che da quella del sindaco Biffoni e dell’allora vice Faggi (peraltro due supertifosi biancazzurri). «Secondo me - dice - il sindaco si è fatto un po’ prendere la mano. Capisco il tifoso, ma il rappresentante del bene pubblico doveva fare di tutto per salvare il diritto sportivo della squadra. Ogni volta che passo davanti al Lungobisenzio mi viene il magone».

In questi 60 anni qual è il ricordo più bello che le ha lasciato il Prato?

«Mi faccia pensare... Sì, un Prato-Mantova del ’60, era dicembre, mi ricordo ancora che segnò Leonardi (tutto vero, 11 dicembre, Leonardi segnò all’82’, ndr). E poi lo spareggio a Modena con l’Alessandria per tornare in C1, quel playout che le dicevo prima con la Lupa Roma, una partita incredibile».

E il ricordo meno bello?

«Non ce n’è uno in particolare. Ho perso il conto delle retrocessioni».

C’è un giocatore che ricorda più volentieri?

«Più di uno. Lucio Dell’Angelo sicuramente, ma anche Labadini, il Taccola capocannoniere nell’anno in cui la squadra retrocesse dalla serie B. E Oliva, quello che venne a Prato convinto di giocare in serie B e poi scoprì che eravamo in serie D, ma rimase volentieri».

Ora che il Prato gioca tra i capannoni di Oste in serie D come si fa a restare ancora attaccati alla squadra?

«Lo so, non è una situazione esaltante, ma è la squadra di casa mia, che cosa posso farci?».