Il grande equivoco sulla piovra gialla

Le perquisizioni della polizia nell'ambito di China Truck nel gennaio 2018

Da anni la Procura e le forze dell'ordine provano invano a contestare l'associazione di stampo mafioso a gruppi criminali cinesi. Ecco perché finora i giudici non hanno dato loro ragione

No, perché ci sia mafia non basta la parola, come in una pubblicità che ha fatto storia, quella del confetto lassativo Falqui. Perché si possa parlare di mafia, italiana, cinese o nigeriana, serve che un giudice trovi negli elementi portati in aula dalla pubblica accusa quelli previsti dall’articolo 416 bis del nostro Codice penale. E dunque: la forza di intimidazione del vincolo associativo, la condizione di assoggettamento e di omertà per commettere delitti, per prendere il controllo di attività economiche o aggiudicarsi appalti. Nella formulazione del 416 bis non è scritto a chiare lettere che la mafia debba controllare un determinato territorio per essere chiamata mafia, ma finora l’interpretazione che è stata data alla norma è stata questa. Cioè non basta imporre la propria volontà violenta a una comunità inserita in un territorio, nel nostro caso la comunità cinese, per diventare mafiosi. Perché in quel territorio vivono anche altri, gli italiani per esempio, che magari non si piegano alle richieste di un presunto “capo dei capi” cinese.

Nasce da qui l’equivoco che ormai da anni si gioca intorno alla mitica “mafia cinese”. Che per alcuni è sotto gli occhi di tutti e non ci si capacita come si faccia a non vederla. E invece per altri semplicemente non c’è, a Prato. Non perché non esistano comportamenti criminali di un certo tipo, estorsioni sistematiche, usura, spedizioni punitive contro i concorrenti. Ma perché ci sono altri articoli del Codice penale che puniscono quei comportamenti senza arrivare all’associazione di stampo mafioso.

Il problema, per chi non si capacita di come non si veda la mafia, è che spesso, diciamo quasi sempre, i giudici chiamati a valutare l’esistenza della piovra gialla fanno parte della seconda categoria.
Anni fa, nel 2011, le due visioni contrapposte si trovarono a tu per tu sul palco del Teatro Metastasio. Giuseppe Quattrocchi, all’epoca procuratore a Firenze, sembrava convinto che a Prato la mafia gialla esistesse, mentre il procuratore di Prato Piero Tony avvertiva che al momento non c’erano gli elementi per parlare di associazioni criminali di quel tipo. E forse non è un caso se finora, nonostante gli sforzi e la competenza di polizia e carabinieri, quegli elementi non abbiano mai passato il vaglio di un giudice. Nemmeno nel caso dell’inchiesta sul fiume di denaro che passava dai money transfer cinesi.

Ma forse è un falso problema, un problema di parole. Un estorsore seriale, un picchiatore conto terzi o un usuraio possono essere puniti grazie ad altri articoli del Codice, magari un po’ meno severamente, ma puniti. La vera questione è che quando accade, spesso accade troppo tardi. E il caso dell’inchiesta “China Truck” sul presunto “capo dei capi” ne è un esempio lampante, visto che stiamo parlando di presunti reati compiuti all’inizio del decennio e ancora per 87 indagati non c’è la richiesta di rinvio a giudizio. Converrebbe risolvere questo problema ancora prima di quello della parola mafia.