Il business degli scarti tessili, portarli all’estero costa meno

Il Noe: «Nessuno inquina per il gusto di inquinare ma sempre per risparmiare». Aumenti di costo per le aziende che devono smaltirli come rifiuti speciali

PRATO. Fino a un paio di anni fa quella dei sacchi neri pieni di scarti tessili smaltiti in maniera illegale dalle confezioni cinesi era una vera e propria emergenza. Li trovavi ovunque, lungo le strade e in aperta campagna: cumuli scuri che sporcavano il verde dei campi. Poi sono quasi spariti come d’incanto. La spiegazione sta forse nei risultati dell’indagine condotta dal Nucleo operativo ecologico dei carabinieri per conto del sostituto procuratore Egidio Celano, che ha acceso i fari su un sistema illecito di smaltimento che, anziché usare i campi come discariche, usava i capannoni per poi esportare i rifiuti all’estero, dove smaltirli costa meno.. All’origine di tutto, come al solito, c’è la convenienza economica. «Nessuno inquina per il gusto di inquinare – commenta il maggiore Massimo Planera del Noe – ma sempre per risparmiare».

Di questo sono accusati i titolari di fatto della società al centro dell’inchiesta, la Fbn Ecologia con sede a Prato, che era già stata sequestrata nel dicembre 2017 per traffico illecito di rifiuti speciali che finivano nella discarica Rea di Rosignano senza pagare l’ecotassa alla Regione. A distanza di un anno e mezzo la contestazione cambia e riguarda la mancanza dell’autorizzazione per trattare certi rifiuti. La Fbn, spiegano gli investigatori aveva un’autorizzazione semplificata, poi decaduta, ma continuava a operare nel settore. Era amministrata formalmente da una diciannovenne residente a Bergamo, ma secondo gli inquirenti i veri gestori della società sono il padre e un suo socio, entrambi originari di Caserta.


Tutto è cambiato nel 2017 quando il Comune di Prato ha deciso la deassimilazione: gli scarti tessili non più considerati rifiuti speciali non pericolosi da buttare negli appositi cassonetti, ma rifiuti speciali non assimilati. La conseguenza è stata un aumento dei costi di smaltimento. Le aziende che li potevano smaltire non erano ancora pronte, i piazzali si sono riempiti di sacchi neri e qualcuno ha pensato di usare una scorciatoia che garantiva anche un risparmio. Tra gli indagati c’è anche una donna di Prato, dipendente della Fbn, addetta a tenere i contatti con le confezioni cinesi, a cui veniva detto che era tutto in regola. Smaltire una tonnellata di scarti, con questo sistema, costa 220 euro, ma in Polonia o in Bulgaria il costo vivo di smaltimento per chi li tratta scende a 10 o 20 euro. Un servizio offerto dalla Fbn Ecologia e molto apprezzato, secondo gli inquirenti, era la possibilità di pagare in contanti senza fattura. Apprezzato soprattutto da chi non vuole far vedere quanto produce. Tra gli indagati, oltre ai due gestori di fatto, alla prestanome e alla dipendente, figura anche un imprenditore di Quarrata, titolare di un paio di mobilifici, nel cui piazzale a novembre sono stati bloccati due container pieni di scarti tessili mescolati a plastica pronti a partire per il Nord Italia.

Gli accertamenti del Noe e della polizia municipale di Prato sono ancora in corso e l’inchiesta potrebbe allargarsi anche ad altre società.