Gli industriali non hanno paura della Brexit

Francesco Marini e Giuseppe De Marinis

Prato, un seminario ha analizzato i quattro possibili scenari dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea

prato. Pezze e filati pratesi “salvi”, almeno per ora, dopo l’esito dell’ultimo voto, mercoledì notte, della Camera dei comuni britannica, sulle modalità di uscita dall’Unione europea. Nessuna Brexit “no deal” quindi, ma probabilmente un’uscita più o meno “soft”, visto che non è ancora stato deciso il format definitivo della prossima Unione doganale, perché il negoziato fra Ue e Londra verrà probabilmente rimandato, ma non oltre il 26 maggio. . In attesa dell’esito finale comunque per ieri mattina Confindustria Toscana Nord aveva organizzato nella sede di Prato, in collegamento in streaming con le sedi di Lucca e Pistoia, un seminario sul “dopo Brexit” con Giuseppe De Marinis, giurista internazionalista e docente universitario, insieme a Francesco Marini, membro del Consiglio di presidenza di Confindustria Toscana Nord con delega all’internazionalizzazione e la crescita.

L’area Lucca-Pistoia-Prato ha un interscambio importante con il Regno Unito visto che nel 2018 l’export delle tre province, manifatturiero, vivaismo e servizi, è stato di 505,4 milioni di euro, con un saldo commerciale di +411,8 milioni. Il settore della moda assomma a 207,2 milioni di euro, il 41% del totale dell’area, mentre il tessile occupa il 14,2%, ovvero 71,6 milioni, con un –3,7% rispetto al 2017.


«Esportiamo tessuti e filati di fascia medio alta, oltre al classico panno per cappotti, anche tessuti per uomo, soprattutto con tre aziende con tessuti di alta qualità per capi destinati a prestigiosi marchi in vendita nei grandi magazzini londinesi – spiega Marini – Una situazione difficile per le imprese ma anche per la nostra associazione, che fornisce informativa e consulenza su queste materie. Siamo comunque contrari a tutto ciò che ostacola il libero commercio, basato su regole rispettate da ambo le parti».

E sui possibili scenari del dopo Brexit, ecco la risposta del professor De Marinis: «Anche se gli ultimi avvenimenti sembrerebbero escludere il “no deal” sono 4 i possibili scenari, a seconda delle decisioni che verranno adottate dalla Gran Bretagna, ma poi da concordare con l’Unione europea». Nel primo scenario, con un uscita soft, gli accordi commerciali non cambiano, quindi resta tutto come ora ed è la soluzione auspicata da tutti gli imprenditori della comunità europea. Nel caso, ora più improbabile di Brexit “no deal”, De Marinis ipotizza altri tre scenari, ciascuno con modalità diverse anche sulle ricadute per l’industria tessile pratese. Nel secondo caso, senza accordi quindi, verrebbe reintrodotta la separazione doganale, con un apposita regolamentazione alle frontiere ora adottata dai paesi della Comunità europea con la Svizzera oppure con i tre paesi dell’Efta, Norvegia, Islanda e Liechtenstein, con l’intento di limitare le imposte doganali e nel contempo promuovere gli scambi commerciali.

Il terzo caso invece comporta l’introduzione di dazi a seconda di parametri legati all’origine delle materie prime e dei luoghi di produzione. L’ultimo infine è simile all’accordo in vigore con la Turchia. —

Riccardo Tempestini

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