Quando Prato perse la “Mamma”: trent’anni fa il crac della Cassa

La sede centrale della Cassa di Risparmio di Prato in via degli Alberti

Nel 1988 il commissariamento, una svolta epocale. Gli anni di Bambagioni: boom e ottimismo, poi una voragine di 1.500 miliardi di lire. Il blitz di Bankitalia, il soccorso del Fondo e l’arrivo del Monte. Il triste epilogo con la caduta della Bpvi

PRATO. Il 19 agosto del 1988 Mauro Vannoni, segretario del Pci pratese, inviò una lettera ai giornali. Il giorno dopo tutti seppero che chiedeva il commissariamento della Cassa di Risparmio di Prato. Se avesse chiesto il bombardamento della città avrebbe fatto meno rumore. La Cassa di Risparmio era il fulcro intorno a cui ruotava la vita economica del territorio e un centro di potere straordinario, legato a filo doppio a tutti gli altri poteri cittadini. E infatti molti pensarono che il segretario avesse avuto un colpo di sole. Pochi giorni prima il sindacato interno della Cassa, la Falcri, aveva diffuso i numeri esplosivi della situazione economica della banca che segnalavano sofferenze per 700 miliardi di lire, cifra che sembrò stratosferica per una banca di provincia (una volta e mezzo il crac del Banco Ambrosiano di cui avevano parlato tutti i media nazionali). In realtà poi si rivelarono il doppio.

Mauro Vannoni, ex segretario del Pci pratese


Bisogna dire che il commissariamento sarebbe comunque arrivato da sé, perché quei numeri erano noti anche ai vertici di Bankitalia. Ma certo l'uscita di Vannoni e il clamore suscitato attirarono l'attenzione sul caso Cassa e forse accelerarono i provvedimenti. Pervasiva e quasi onnipresente, intrecciata con il sistema economico cittadino, la Cassa era uno straordinario centro di potere a guida democristiana-andreottiana che faceva da contraltare al potere politico della sinistra. La Cassa cresciuta sotto la gestione del duo Bambagioni-Prospero veniva descritta da tutti come la grande “mamma” che nutriva al suo seno tutta la città.

IL “BAMBA”. Silvano Bambagioni veniva dal sindacalismo cattolico ed era diventato un fedelissimo di Andreotti. Gli andreottiani rappresentavano la corrente più forte della Dc pratese. Ma il suo ruolo in politica era giocato sempre dietro le quinte. Quando viene nominato presidente della banca nel 1971, Bambagioni è già presidente della Cap (Cooperativa autolinee pratesi), l'azienda di trasporti, e preposto della Misericordia, due grandi bacini di voti e di influenza. Con l'arrivo alla guida della Cassa diventa l'uomo più potente della città, quello con cui anche i sindaci comunisti devono fare i conti. Lui stesso, amante dell'understatement come il suo maestro, dirà di sé in un'intervista: «Io non sono un teorico, sono un tramviere che nel tempo libero si diletta a fare il banchiere». Il banchiere dilettante, il Bamba come lo chiamano affettuosamente i pratesi, ha trasformato la “banchina” in una potenza, che si è fatta un nome anche nel panorama nazionale passando dagli 81 miliardi di depositi del 1971 ai 2.080 dell’85. L'aneddotica è ricca. Nel 1983 il settimanale economico “Il Mondo” indice un referendum tra i lettori per designare il banchiere dell'anno. La redazione viene inondata di tagliandi che indicano il direttore della Cassa, Arturo Prospero, che conquista il titolo. Nel suo ufficio Bambagioni ha alle spalle una foto che ritrae lui e Prospero con George Bush senior, allora vice presidente Usa, durante un viaggio negli Stati Uniti.

Silvano Bambagioni, ex presidente della Cassa di Risparmio di Prato


PRATO E LA CASSA. Bambagioni ha sempre sostenuto che una banca deve rischiare per guadagnare e che il sistema pratese non sarebbe diventato quello che era senza la Cassa. I suoi sostenitori affermano che solo così si poteva alimentare il modello Prato basato sulla fiducia e un'apertura di credito (in senso non solo figurato) ai piccoli e micro-imprenditori. Come chiedere garanzie a chi aveva solo due telai? Il lavoro e l'abnegazione dei pratesi erano l'unica garanzia, dirà Bambagioni. Senza la Cassa, Prato non avrebbe avuto il suo boom, è la loro tesi.

Al contrario, secondo i critici, la città era stata drogata dai crediti facili della banca, soldi dati senza garanzie che alimentavano un'economia gonfiata artificialmente. La gestione "casareccia" della Cassa ha aperto una voragine in cui Prato ha rischiato di precipitare. Le due versioni contengono percentuali diverse di verità. Quella critica trova conferme nell'ispezione di Bankitalia del 1986. Gli ispettori spulciano i conti della banca per 164 giorni. La loro relazione finale evidenzia «squilibri finanziari, gestione del credito spinta oltre il livello delle risorse fisiologicamente disponibili», carenza di controlli. E segnala anche un intreccio tra crediti facili e aziende della famiglia Bambagioni che porterà all'inchiesta giudiziaria e ai clamorosi arresti di Bambagioni e Prospero nel 1993.

Carlo Azeglio Ciampi, all'epoca governatore della Banca d'Italia


CRAC E COMMISSARI. Non a caso all'inizio del 1987 Bambagioni lascia e ai vertici della banca arrivano un avvocato cattolico e Dc, Mauro Giovannelli e Giampiero Nigro, docente di storia economica, socialista e più volte assessore. La situazione è difficilissima. Il governatore della Banca d'Italia, Carlo Azeglio Ciampi, tenta un estremo salvataggio affidato alle banche toscane. La “legge” di Bankitalia prevede infatti che in questi casi la prima soluzione siano le consorelle (e Cassa di Firenze interviene con 160 miliardi), il secondo gli altri istituti di diritto pubblico dell'area (Monte dei Paschi) e come ultima ipotesi il ricorso a soluzioni esterne (su Prato c'era l'interesse di Cariplo). Questi, fin dall'inizio, i possibili scenari. Dai conti emergono 800 miliardi di contenzioso ufficialmente dichiarati, divisi tra 2.600 posizioni. Ma il 65% di questa montagna è concentrato nelle prime 85 posizioni con una media di 15 miliardi ciascuna. Per le altre 2.500 la media è di 80 milioni ed è quello il tessuto pratese.

A settembre dell’88 Bankitalia decide il commissariamento e chiede l'intervento del Fondo di tutela interbancario, nato da un anno. La Cassa sarà il suo primo banco di prova. Presidente è Agostino Bignardi che poi racconterà: «La situazione era drammatica, le voci del buco avevano spinto i risparmiatori a ritirare i soldi. Dai commissari della Cassa ci arrivò un disperato sos: siamo in grado di far fronte ancora per pochi giorni. Ricordo una riunione drammatica alla Banca d'Italia con il ministro Amato. Si doveva decidere tra liquidazione e salvataggio, facemmo i conti di quanto sarebbero costate le due soluzione e decidemmo di intervenire». Il Fondo versa una fidejussione di 430 miliardi. Alla fine avrà messo nella Cassa oltre mille miliardi, soldi del sistema bancario. «Una parte recuperata con la vendita al Monte, altre perdite sono diventate oneri deducibili per Siena e quindi ricadute a carico dell'Erario».

Per oltre tre anni intorno alle spoglie ma anche alla robusta clientela della banca si gioca una partita complessa con Bankitalia a fare da regista e tre attori in campo. Il principale, è il Fondo che ha messo soldi per salvare la banca (ora ne detiene il 72,9%) e deve trovare un acquirente. Poi ci sono le banche interessate. Infine c'è il Fondo istituzionale (12%) che rappresenta la vecchia proprietà pratese, dietro al quale si muovono imprenditori e istituzioni, preoccupati che la città "perda" la sua banca.

Paolo Savona, ex presidente del Fondo di tutela interbancario


Intanto alla guida del Fondo arriva Paolo Savona, attuale ministro. Il Fondo fissa il prezzo (400 miliardi, più 430 di fidejussione) per la Cassa che nel frattempo è tutt'altro che morta: nel 1990 vanta ancora 2.000 miliardi di raccolta diretta (il 46% della piazza), la raccolta globale cresce del 16%. Ma sul bilancio pesa la zavorra gigantesca dei 1.500 miliardi di crediti in sofferenza.

ARRIVA IL MONTE. Nella primavera 1991 il Monte dei Paschi si fa avanti. Si andrà avanti per due anni di tira e molla con colpi di scena, accordi e rotture. Alla fine l'accordo si trova, benedetto da Bankitalia. Il 23 gennaio 1992, Paolo Savona, e il provveditore del Monte, Carlo Zini, firmano a Siena: Mps è il nuovo padrone della Cassa. Acquista per 189 miliardi il 72,9% posseduto dal Fondo e subentra nella fidejussione. Il Monte porta a casa i 400 miliardi di sgravi fiscali previsti dalla legge Amato. Zini spiega gli altri motivi dell'operazione: «Inserirci meglio in Toscana ed evitare l'arrivo di un gruppo concorrente».

L’EPILOGO. A metà dicembre 1995 la Cassa diventata spa viene incorporata nel Monte, il nome cambia in CariPrato. Mps resterà in via degli Alberti fino a dicembre 2002, quando viene siglato l'accordo di vendita dei 54 sportelli CariPrato alla Banca Popolare di Vicenza di Zonin. Il passaggio avviene a marzo 2003: il 79% viene venduto per 411,2 milioni di euro. Cariprato è valutata 520 milioni. Comincia la nuova avventura targata Bpvi che nel 2010 incorpora la banca. Sparisce anche il marchio CariPrato. Poi il crac Bpvi. Dal 2017 sulla sede e sugli sportelli rimasti compaiono le insegne di Intesa Sanpaolo.