Migranti sfruttati nei laboratori cinesi

Ricerca del Cat rivela che lavorano 7 giorni su 7, per undici ore al giorno e con una paga oraria che oscilla fra i 2,5 e i 3 euro

PRATO. Hanno in tasca un passaporto del Senegal, Bangladesh, Pakistan, Nigeria e vari paesi dell’Africa sub-sahariana. Lo status è quello di migranti e richiedenti asilo, i più fragili e vulnerabili dal punto di vista socio-economico. Lavorano prevalentemente 7 giorni su 7, vedono la luce del sole dopo aver maneggiato per 11 ore fili e stoffe mentre la paga oraria oscilla fra i 2,5 e 2,99 euro. Pochi “fortunati” hanno un contratto a tempo indeterminato: oltre la metà lavora a nero. Operaio extraeuropeo, titolare anche: cinese per l’esattezza. Ma non chiamateli “schiavi”: qui non c’è manodopera alla mercé di “caporali”. La ricerca condotta dalla cooperativa Cat per conto del Comune e presentata nell’ambito della rassegna “Mediterraneo Downtown” esclude l’esistenza di una rete strutturata di caporalato parlando bensì di «grave sfruttamento lavorativo» nel distretto, soprattutto in confezioni, stirerie, stamperie e tintorie. Ma guai a minimizzare il fenomeno anche se dalle 48 testimonianze raccolte tra il 2017 e i primi del 2018 (24 lavoratori e 24 “testimoni privilegiati” sul campo come i sindacalisti) non sono emerse condizioni di lavoro forzato. «Non importa avere una catena per denunciare lo sfruttamento – osserva il vicesindaco Simone Faggi –. Sul banco degli imputati finiscono le ditte cinesi e questo è un dato di fatto. Chiunque porta lavoro degno, è benvenuto a Prato. Chi non lo fa, può andarsene».

La ricerca. E grazie a una serie di volantini multilingue che la cooperativa Cat è riuscita a intercettare un campione di lavoratori sfruttati: si tratta di richiedenti asilo e migranti in possesso di permesso di soggiorno (non dunque irregolari). «Ci siamo concentrati nei quartieri di San Paolo, Soccorso, Macrolotto e la zona limitrofa della stazione centrale», racconta Andrea Cagioni che ha curato la ricerca nell’ambito del progetto Satis (sistema antitratta toscano). È emerso così che il 58% dei lavoratori intervistati risulta a nero e che solo l’11% ha un tempo indeterminato, che il 57% di loro sta in fabbrica 7 giorni su 7 e che la “normalità” (5 giorni su 7) tocca solo al 18%. In 19 casi, su un totale di 35 contratti, si lavora dalle 9 alle 11 ore al giorno, in quattro casi per ben 14. Capitolo paga: in 15 casi questa oscilla dai 2, 5 ai 2, 99 euro, in quattro non è stato neppure pagato un compenso ed è questo spesso a far scattare la denuncia.


I campanelli d’allarme. Salari bassi, violazioni dell’orario di lavoro settimanale, assenza di contratti, violazione delle norme di sicurezza: sono questi gli indicatori che fanno parlare di “grave sfruttamento lavorativo”. A differenza dei colleghi cinesi, questi lavoratori non hanno alcuni “benefit” come posto letto e mensa. Assumendoli, i titolari hanno costi più bassi di manodopera. Ad aver avuto il sentore di questo sistema di sfruttamento fu, almeno due anni fa, la Cgil.

Perché non e caporalato. Spesso sono i migranti stessi a bussare alla porta delle ditte cinesi. Ci arrivano tramite passaparola o canali informali: poche le reti di reclutamento attivate internamente ai centri di accoglienza. Tutto questo a fronte di un minore flusso di manodopera a basso costo dalla Cina che porta a convogliare lavoratori di altre etnie nelle imprese orientali. Niente caporalato dunque ma non bisogna abbassare la guardia. «Evidentemente nel nostro territorio – fa notare il sostituto procuratore Lorenzo Gestri – è sufficiente proporsi di fronte a una così vasta offerta di lavoro sfruttato: i fenomeni più gravi possono insorgere in questi contesti».

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